Tom Esam

Imagology

03.02.2016 - 16.04.2016

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Circa cento anni fa in Russia i marxisti perseguitati iniziarono a riunirsi segretamente in piccoli circoli per studiare il Manifesto di Marx; semplificarono il contenuto di quella semplice ideologia per diffonderla in circoli più ampi, i cui membri, dopo aver ulteriormente semplificato quella semplificazione del semplice, continuarono a tramandarla e a diffonderla sempre più, finché, quando il marxismo divenne noto e potente in tutto il pianeta, di esso non restava altro che una raccolta di sei o sette slogan, legati tra loro così stentatamente che è difficile chiamarlo ideologia. E proprio perché ormai da tempo ciò che è rimasto di Marx non costituisce più un sistema logico di idee, bensì unicamente un serie di immagini e di slogan suggestivi (l’operaio che sorride impugnando il martello, il negro, il bianco e il giallo che si tengono fraternamente per mano, la colomba della pace che spicca il volo verso il cielo, eccetera, eccetera), a buon diritto possiamo parlare di una graduale e planetaria trasformazione dell’ideologia in imagologia.

Imagologia! Chi ha inventato per primo questo magnifico neologismo? Io o Paul? Ma questo in fin dei conti non importa. Importa  invece che questa parola ci consenta finalmente di riunire sotto lo stesso tetto cose che hanno nomi diversissimi: le agenzie pubblicitarie; gli esperti di immagine al servizio degli uomini di Stato; i designer che progettano la linea delle automobili e l’attrezzatura delle palestre; i creatori di moda; i barbieri; le star dello show business che fissano la norma della bellezza fisica, alla quale ubbidiscono tutti i rami dell’imagologia.

Tutte le ideologie sono state sconfitte: i loro dogmi sono stati infine smascherati come illusioni e la gente ha smesso di prenderli sul serio. I comunisti, ad esempio, credevano che con lo sviluppo del capitalismo il proletariato sarebbe diventato sempre più povero, e quando un giorno fu dimostrato che gli operai di tutta Europa andavano al lavoro in macchina, essi sentirono una gran voglia di gridare che la realtà barava. La realtà era più forte dell’ideologia. E proprio in questo senso l’imagologia l’ha superata: l’imagologia è più forte della realtà, che del resto da molto tempo ha smesso di essere per l’uomo quello che era per mia nonna, la quale viveva in un paese della Moravia e conosceva ancora tutto per esperienza personale: come si cuoce il pane, come si costruisce una casa, come si uccide il maiale, come si fa affumicare la carne, come si imbottiscono i piumini, che cosa pensavano del mondo il parroco e il maestro; ogni giorno incontrava tutto il villaggio e sapeva quanti omicidi erano stati commessi nei dintorni da dieci anni a quella parte; aveva, per così dire, un controllo personale sulla realtà, cosicché nessuno poteva darle a bere che l’agricoltura in Moravia era fiorente se in casa non c’era da mangiare. A Parigi, il mio vicino passa il suo tempo in un ufficio, dove siede per otto ore di fronte a un altro impiegato, poi monta in macchina, torna a casa, accende la televisione e quando l’annunciatore lo informa che secondo un sondaggio d’opinione la maggioranza dei francesi ha deciso che la Francia è il paese più sicuro d’Europa (è un sondaggio che ho letto poco tempo fa), per la gioia apre una bottiglia di champagne, e non saprà mai che proprio quel giorno nella sua strada sono stati commessi tre furti e due omicidi.

Gli imagologi creano sistemi di ideali e anti-ideali, sistemi che hanno breve durata e ognuno dei quali viene rapidamente sostituito da un altro, ma che influenzano il nostro comportamento, le nostre opinioni politiche e il nostro gusto estetico, il colore dei tappeti e la scelta dei libri, con la stessa forza con cui un tempo riuscivano a dominarci i sistemi ideologici.

Estratto da “Immortalità” di Milan Kundera

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Some one hundred years ago in Russia, persecuted Marxists began to gather secretly in small circles in order to study Marx’s manifesto; they simplified the contents of this simple ideology in order to disseminate it to other circles, whose members, simplifying further and further this simplification of the simple, kept passing it on and on, so that when Marxism became known and powerful on the whole planet all the was left of it was a collection of six or seven slogans, so poorly linked it can hardly be called an ideology. And precisely because the remnants of Marx no longer form any logical system of ideas, but only a series of suggestive images and slogans (a smiling worker with a hammer, black, white and yellow men fraternally holding hands, the dove of peace rising to the sky, and so on and so on), we can rightfully talk of a gradual, general, planetary transformation of ideology into imagology.

Imagology! Who first thought up this remarkable neologism? …It doesn’t matter. What matters is that this word finally lets us put under one roof something that goes by so many names: advertising agencies; political campaign managers; designers who devise the shapes of everything from cars to gym equipment; fashion stylists; barbers; show-business stars dictating the norms of physical beauty that all branches of imagology obey.

All ideologies have been defeated: in the end their dogmas were unmasked as illusions and people stopped taking them seriously. For example, communists used to believe that in the course of capitalist development the proletariat would gradually grow poorer and poorer, but when it finally became clear that all over Europe workers were driving to work in their own cars, they felt like shouting that reality was deceiving them. Reality was stronger than ideology. And it is in this sense that imagology surpassed it: imagology is stronger than reality, which has anyway long since ceased to be what it was for my grandmother, who lived in a Moravian Village and still knew everything though her own experience: how bread is baked, how a house is built, how a pig is slaughtered and the meat smoked, what quilts are made of, what the priest and the schoolteacher think about the world; she met the whole village every day and knew how many murders were committed in the country over the last ten years; she had, so to speak, personal control over reality, and nobody could fool her by maintaining that Moravian agriculture was thriving when people at home had nothing to eat. My Paris neighbour spends his time in an office, where he sits for eight hours facing an office colleague, then he sits in his car and drives home, turns on the TV and when the announcer informs him that in the latest public opinion poll the majority of Frenchmen voted their country the safest in Europe (I recently read such a report), he is overjoyed and opens a bottle of champagne without ever learning that three thefts and two murders were committed on his street that very day.

Imagologues create systems of ideals and anti-ideals, systems of short duration which are quickly replaced by other systems but which influence our behaviour, our political opinions and aesthetic tastes, the colour of carpets and the selection of books just as in the past we have been ruled by the systems of ideologues.

Extracts from “Immortality” by Milan Kundera