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	<title>Cyrill Lachauer Archives &mdash; GALLERIA MARIO IANNELLI</title>
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		<title>IN PROCESS: Paula Doepfner, Pietro Fortuna, Laura Gianetti, Cyrill Lachauer, Hanne Lippard, Roberto Pietrosanti, David Prytz, Yorgos Stamkopoulos, Sebastian Stumpf</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/work-in-process-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 05:34:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli è lieta di annunciare la partecipazione al programma di Contemporanea &#8211; Gallery Weekend di Roma, dal 9 all’11 Maggio 2025, durante il quale sarà visibile la mostra collettiva “In Process” che espone nuovi lavori di Paula Doepfner, Pietro Fortuna, Laura Gianetti, Cyrill Lachauer, Hanne Lippard, Roberto Pietrosanti, David Prytz, Yorgos Stamkopoulos [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli è lieta di annunciare la partecipazione al programma di Contemporanea &#8211; Gallery Weekend di Roma, dal 9 all’11 Maggio 2025, durante il quale sarà visibile la mostra collettiva “In Process” che espone nuovi lavori di Paula Doepfner, Pietro Fortuna, Laura Gianetti, Cyrill Lachauer, Hanne Lippard, Roberto Pietrosanti, David Prytz, Yorgos Stamkopoulos e Sebastian Stumpf.</p>
<p>
Il ciclo “Work in Process”, inteso sia come &#8216;lavoro in corso&#8217; che come &#8216;opera concettuale processuale&#8217;, documenta l’attività ed il focus della galleria, dando il titolo alla pubblicazione che ne traccia l’evoluzione.<br />
Precedenti pubblicazioni sono state “Work in process”, CURA. books, 2021 e “Work in process II”, 2023.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel contesto del progetto espositivo “In Process”, il processo emerge come elemento generativo, esplorando il significato delle opere e le loro interazioni.<br />
Precedenti mostre sono state: “In Process: Paula Doepfner / Daniel Lergon” (2021) e “In Process: Felix Kiessling, Philip Topolovac, Sarah Ancelle Schönfeld. An exhibition in three parts” (2022).</p>
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Le interazioni tra le opere si incontrano su temi e media quali la realtà e l’astrazione, la scultura e il movimento, la fotografia e la filosofia, la natura e la tecnica, la performance e la scrittura, l’astrazione pittorica e geometrica, la verticalità e il flusso.</p>
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<p><span id="more-5436"></span></p>
<p>Stanislao Di Giugno<br />
Nella sua ricerca pittorica, Stanislao Di Giugno si confronta con la pittura nello spazio attraverso opere site-specific che consistono in barre metalliche dipinte.<br />
Nel suo processo di lavoro, le opere sono spesso fasi temporali che costituiscono un’insieme che emergono sovrapponendosi in un “glitch” astratto e materiale. Tale approccio è sperimentato anche con altri media, quali il collage e la manipolazioni di oggetti.<br />
In mostra è esposta una barra di alluminio dipinta con una sfumatura, elemento stilistico costante, che in questo contesto pittorico-oggettuale ha l’effetto di una luce al neon, mentre nelle opere su tela è protagonista di varie configurazioni spaziali e luminose.</p>
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<p>Paula Doepfner</p>
<p>Il lavoro di Paula Doepfner comprende disegni, performance e oggetti in vetro, ghiaccio e materia organica. Il contenuto del suo lavoro è tratto da testi letterari e documenti relativi alle violazioni dei diritti umani e all&#8217;Olocausto. I suoi disegni consistono in minuscole scritture su carta trasparente; scrive linee di testo in lettere minuscole (ø = 1 mm) per formare immagini testuali. I disegni si basano su schizzi realizzati durante l&#8217;osservazione di autopsie e interventi chirurgici al cervello presso l&#8217;ospedale universitario Charité di Berlino. Le stringhe di testo nei suoi disegni sono tratte dal Protocollo di Istanbul, un manuale delle Nazioni Unite sull&#8217;indagine e la documentazione della tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti, e da materiale documentario sui bambini di Auschwitz. L&#8217;artista combina questi testi documentari con opere letterarie di Anne Carson, Paul Celan e Robert Musil.<br />
Attualmente sono in mostra “Where Have You Been So Long, I” (2025, vetro incrinato, acquerello, pigmento) e un disegno testuale su carta (“There&#8217;s a long-distance train rolling through the rain”. Titolo tratto da: Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat) di Bob Dylan; testo: Paul Celan “Engführung” (“Stretto”), 2025, inchiostro su carta gampi).</p>
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<p>Pietro Fortuna<br />
La filosofia del processo pertiene alla ricerca di Pietro Fortuna in quanto la sua opera porta in essere un evento. <br />
Nell’opera in mostra “Scultura con due biglie” (2024), un blocco d’argilla ospita due biglie in cavità ricavate appositamente. Nella scultura classica l’opera è dentro il blocco d’argilla che lo scultore porta in essere plasmando, mentre quella di Fortuna presenta l’argilla grezza indurita che è lavorata per rotture similmente ad una pietra, apparendovi inoltre anche d’aspetto. <br />
Il blocco d’argilla non è solo il punto di partenza, ma parte integrante del processo, e la scultura emerge da un’azione che include non solo la creazione ma anche una sorta di rottura, che rimanda a un atto di scoprire o rivelare. Le biglie incastonate nelle cavità sembrano simboleggiare degli &#8220;eventi&#8221; o momenti di realtà, come se l’opera fosse una sorta di testimonianza della realtà stessa, nella sua essenza e nel suo divenire, che si manifesta nel continuo interagire con il mondo e con il materiale stesso.<br />
D’altra parte, il suo processo di lavoro, visibile nella seconda opera in mostra, procede in alcune opere fotografiche per sovrapposizioni spazio-temporali che integrano diversi suoi lavori e disegni.</p>
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<p>Laura Gianetti <br />
La ricerca di Laura Gianetti che si fonda sullo studio della natura e sulla biologia affronta in queste opere temi quali la crisi climatica e il re-wilding, indagando sugli effetti distruttivi dell’azione umana e sulle possibilità rigenerative dei sistemi ecologici. <br />
Nel suo nuovo ciclo di sculture, calchi in resina di solidi platonici sono assemblati a materiali organici. <br />
Le forme perfette, simboli degli elementi della terra, ritornano non come modelli astratti, ma come ricettacoli del mondo sensibile: corpi trasparenti che trattengono al loro interno frammenti di natura ferita, nidi di creature alate, legni arsi dal fuoco, foglie d’oro che tentano una guarigione.<br />
Ogni solido si fa piccolo cosmo, contenitore di relazioni invisibili tra l’idea e la materia, tra forma e disordine, tra l’essere umano e ciò che vive oltre di lui. <br />
Parallelamente in un’altra serie, calchi in gesso del corpo umano sono dipinti e coperti da muschi e sono contenuti in teche di resina e di vetro che assomigliano a reliquie.</p>
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<p>Cyrill Lachauer<br />
Nell’opera fotografica e filmica di Cyrill Lachauer, rappresentata nella sua “trilogia americana”, le immagini hanno una sequenza narrativa non lineare in cui la singola immagine appare come una traccia. In alcune opere concettuali non narrative e non documentative, utilizza lo spettro cromatico e la tecnica della serigrafia.<br />
La nuova opera in mostra consiste in un’elaborazione fotografica creata da una serie di sette opere serigrafiche che hanno come soggetto immagini di cime di ghiacciai prese da libri, su cui sono posti in verticale sette punti di differenti colori dello spettro come se fossero i “chakra”.<br />
In queste opere, lo spettro cromatico visualizza una cura che consiste nella presa di coscienza di una condizione che sta per svanire da una parte e nell’instaurazione di un rapporto interconnesso con la natura dall’altra.<br />
Di prossima uscita in autunno, “Slack”, terzo capitolo della sua opera realizzata negli Stati Uniti, un lungometraggio realizzato sui treni merci il cui genere oscilla tra documentario artistico e film d’essai, lungometraggio e film sperimentale.</p>
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<p>Hanne Lippard <br />
Partendo dalla scrittura, Hanne Lippard esprime la sua ricerca artistica basata sul linguaggio attraverso diversi media quali l’installazione sonora e visuale, la performance vocale e la poesia visiva. <br />
Il media della scrittura evolve in spazi di ascolto e di transito, sviluppando inedite dinamiche comunicative, critiche e narrative.<br />
La sua pratica di destrutturazione e riattivazione del linguaggio orale e scritto ridisegna parallelamente i contorni di quello privato e pubblico.<br />
Sulla scorta di lunga tradizione che va dai calembours di Duchamp alla poesia concreta, Lippard compone testi usando frammenti della vita quotidiana, presi da libri o dai media, con una scrittura che sfida il linguaggio della tecnica. <br />
La nuova opera in mostra consiste in una stampa per un tatuaggio temporaneo delle frasi “a sign, a meaning / assign meaning” tratto dalla composizione “sky” in cui è ripetuto in loop. Il lavoro è concepito per essere tatuato sugli avambracci, una frase su ognuno. La sentenza scelta riflette la natura concettuale e processuale dell’opera, l’interazione tra il significato e il significante e tra il materiale e l’immateriale.</p>
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<p>Roberto Pietrosanti<br />
La ricerca di Pietrosanti è interessata alla potenzialità della materia in atto. <br />
Nelle serie “Codici” in mostra, immagini prospettiche di quadri della storia dell’arte sono trasformate in opere realizzate con fili di cotone tesi orizzontalmente sul telaio. <br />
Sia l’immagine che la tela, piano di raffigurazione dell’immagine rinascimentale, sono de-costruiti attraverso la scomposizione del colore e l’azzeramento della forma. <br />
La relatività del supporto tela viene accentuato dalla sottile consistenza del filo e l’immagine acquisisce un carattere fluttuante. <br />
In altre sue opere bidimensionali il filo passa attraverso spilli disegnando figure che trovano una loro profondità nello spazio bianco solo attraverso le connessioni fra i suoi punti. <br />
Nel progetto “Non avere timore” (Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia Leonardo Aquilino”, 2014) ha realizzato opere con filo e spilli inseriti per rappresentare l’anatomia di una voce. <br />
Nella dimensione aggettante delle opere bidimensionali (“Superfici”) e in quella scultorea (“Sfere”) le sue opere presentano una compresenza di piani che come quanti di materia attraversano lo spazio e costruiscono l’immagine plastica monocroma.<br />
Alla de-costruzione corrisponde un proporzionale lavoro costruttivo che assume una complessità sempre più elevata nei lavori ambientali.</p>
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<p>David Prytz<br />
David Prytz ha recentemente presentato con Felix Kiessling la mostra “T I M E” che ha celebrato i dieci anni della galleria con un’installazione che attraverso il suono e la luce ha rappresentato un tempo cosmologico. <br />
Nei suoi lavori quali “Tabula rasa”, “When the bridge ends, the satellite begins”, “Exocenter”, David Prytz realizza sculture ed ambienti che intrecciano le dinamiche del cosmo con quelle quotidiane assemblando materiali grezzi animati da movimenti cinetici, minerali fusi (“Dumb Alchemy”) e disegni geometrici (“Literal Geometry”).<br />
L’opera in mostra fa parte di una serie realizzate con diversi materiali e tecniche quali plexiglass fusi, barre di metallo piegate, garze, foglie, tubi di plastica, pigmenti, pezzi di pietre e di legni assemblati per creare delle forme organiche in trasformazione, che sono sospese per evidenziare il loro funzionamento, potenzialmente mosse dall’aria, quando non sono animate da motori come negli ambienti.</p>
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<p>Yorgos Stamkopoulos<br />
Nelle sue recenti opere su carta, Yorgos Stamkopoulos aggiunge in maniera centrale il colore al gesto, caratterizzante una sua precedente fase di ricerca pittorica su carta, coeva al progetto Trajectory realizzato in galleria nel 2017. Sia il colore che il gesto si relazionano in maniera dinamica alla percezione dell’osservatore. <br />
Questo incontro e quasi nascita dell’opera avviene grazie a diversi elementi, quali la sovrapposizione di piani verticali e orizzontali, nelle loro congiunzioni e negli attraversamenti, nei grovigli e nei segni isolati luminosi, nei processi materici di diluizione e di sfumatura cromatica, nel segno graffiante e nello stesso tempo leggero e fluente, nei contrappunti pittorici e nei rimbalzi del colore nello spazio. Diversi sono ad esempio i registri pittorici di un punto: l’impronta, la goccia, l’ombra, la macchia, il caso. L’insieme che sembra sfaldarsi si offre allo sguardo in maniera diretta e spregiudicata.<br />
Lo spazio astratto così individuato è composto da spazi lasciati bianchi, che nella ricerca dell’artista si strutturano come strappi, eredi di una tradizione informale, diventati progressivamente delle tracce vive, relazioni polimorfe all’interno dello spazio che esprimono le possibilità del vedere tra i processi nel flusso totale. <br />
Questi lavori su carta sono stati concepiti come “preparativi” per opere pittoriche su tela ed assumono nello stesso tempo al valore di opera autonoma.</p>
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<p>Sebastian Stumpf<br />
Sebastian Stumpf ha recentemente presentato il progetto “Certain Peaks”, in cui si è confrontato con lo spazio della galleria e il paesaggio storico e urbano di Roma. Le azioni di Sebastian Stumpf esplorano la relazione del corpo con gli spazi pubblici, artistici e istituzionali, mettendo in discussione la percezione dell’osservatore con gesti specifici e l’immaginazione del luogo performato.<br />
L’opera esposta si relaziona al concetto della mostra “In Process” evidenziando il carattere performativo del lavoro di Stumpf, che realizza diverse azioni nel paesaggio che sono poi rappresentate in in un’opera video o in serie fotografiche.<br />
Nella serie “Fences” in mostra, realizzata a Los Angeles nel 2017, la figura di Stumpf è in verticale sopra alle recinzioni urbane, rapportandosi all’ambiente circostante attraverso la sua presenza e le sue visioni che possono essere ravvicinate ed estese, contro e dentro.<br />
Le figure sospese assumono diverse sfumature di uncanny in confronto alla natura e alle architetture moderniste, al giorno e alla notte.</p>
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<p>Stanislao Di Giugno (1969, Roma) vive e lavora a Roma. <br />
Recenti mostre personali e collettive: “Temporary statement”, Galleria Tiziana Di Caro &#8211; AOCF 58, Roma, “Un presente indicativo. Posizioni e prospettive dell’arte contemporanea a Roma”, Galleria Nazionale, Roma, 2023; “Unmaking”, Galleria Mario Iannelli, Roma, 2023; “Stanislao Di Giugno / Bernd Ribbeck”, Fondazione Filiberto e Bianca Menna, Roma, 2021-2022; “Trentuno fughe e alcuni dettagli”, Galleria Tiziana Di Caro, Napoli, mostra personale, 2021; “Quadreria”, Studio Sales, Roma, 2021, “Monochromes”, Galleria Mario Iannelli, Roma, 2019-2020.<br />
Stanislao Di Giugno inizia il suo percorso artistico attraverso diversi linguaggi – dalla pittura figurativa al collage, dalle installazioni al video – per poi approdare alla pittura astratta, sintesi coerente della sua evoluzione espressiva. La sua ricerca ha sempre mirato a sovvertire la percezione della realtà, utilizzando oggetti quotidiani assemblati in forme astratte e creando opere che destabilizzano la logica visiva. Significativa è l’installazione Una certa distanza (2009), che riflette sullo spazio come elemento di separazione tra opera e spettatore.<br />
Mostre in galleria: “Unmaking”, 2023, group exhibition; “Monochromes”, 2019-2020, group exhibition</p>
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<p>Paula Doepfner (1980, Berlino) ha studiato Belle Arti all&#8217;Universität der Künste di Berlino e al Chelsea College of Art and Design di Londra. A Berlino ha completato i suoi studi, diplomandosi alla masterclass di Rebecca Horn. Doepfner ha ricevuto diverse borse di studio e premi, tra cui il Premio Hans Platschek (2024), la borsa di studio per artisti della Fondazione Krull (2023), la borsa di studio EHF della Fondazione Konrad Adenauer (2022), lo stipendio della Fondazione Albert Koechlin di Lucerna (2010) e la borsa di studio Elsa Neumann dello Stato di Berlino (2008). Ha esposto in istituzioni nazionali e internazionali, con mostre personali al Museum Kupferstich-Kabinett Dresden (2023), all&#8217;Akademie Konrad-Adenauer-Stiftung (2022) e al Goethe-Institut di Washington (2015). Il suo lavoro è stato esposto anche in mostre collettive presso istituzioni come il Medizinhistorisches Museum Berlin (2023), il Museum Reinickendorf di Berlino (2022) e il Linden Centre for Contemporary Art di Melbourne (2013). Le opere di Doepfner fanno parte di collezioni pubbliche e private, tra cui il Museum Kupferstich-Kabinett / Collezioni statali d&#8217;arte di Dresda, il Kupferstichkabinett Berlin / Musei statali di Berlino, il Buch- und Schriftmuseum / Biblioteca nazionale tedesca di Lipsia e il Museo di Belle Arti di Budapest.<br />
Mostre in galleria: “Next Time I See You”, mostra personale, 2019; “Half my soul belongs to you”, mostra personale, 2021; “Took me way down to that red hot land”, mostra personale, 2022; “You Are What You Are”, mostra collettiva, 2016; “Fire in the mind”, mostra collettiva, 2019; “Gathering the unpredictable”, mostra collettiva, 2020; “Unmaking”, mostra collettiva, 2023; “Narrative Pieces”, mostra collettiva, 2023.</p>
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<p>Pietro Fortuna (1950, Padova) vive e lavora a Villanova in Umbria dove recentemente ha trasferito il suo Archivio. Studia architettura e filosofia e ancora giovanissimo collabora a importanti realizzazioni sceniche per il San Carlo di Napoli, La Scala di Milano e la Fenice di Venezia. Nel 1977 si tiene la sua prima mostra personale alla galleria Cannaviello di Roma, poi è presente a Milano dal 1978 al 1983 con altre personali: da Luigi De Ambrogi, Luciano Inga-Pin e Massimo Minini. Si trasferisce per alcuni mesi a New York dove espone da Serra e Di Felice. Negli anni ‘80 è presente alla XVI Biennale di San Paolo, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a Ville Arson a Nizza, al Kunstler House a Graz, al Frankfurter Kunstverein, alla XII Biennale di Parigi e in mostre quali “Italiana: nuova immagine” alla Pinacoteca Comunale di Ravenna e “Anni ’80” alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Si susseguono molte altre mostre in gallerie e musei internazionali come da Annina Nosei Gallery a New York, Otmar Triebold a Basilea, Montenay – Delsol a Parigi, Ville Arson a Nizza, Kunstler House a Graz e al Frankfurter Kunstverein. In Italia il suo lavoro è rappresentato dalla Galleria Giuliana de Crescenzo a Roma, Eva Menz e Ippolito Simonis a Torino e lo Studio Guenzani a Milano. Negli anni ’90 realizza nuovi cicli di opere con installazioni e lavori di grande formato con cui è presente al Palais de Glace di Buenos Aires, alla Galleria d’Arte Moderna di San Marino, al Museo d’Arte Moderna di Bogotà, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, a Le Carré Musée Bonnat di Bayonne e al Museo Pecci di Prato, e in mostre quali “Cadenze” e “Italia-America, l’astrazione ridefinita”.  Nel 1996 fonda “Opera Paese” un luogo in cui s’incontrano importanti figure dell’arte, della musica e del pensiero, da Philip Glass a Jan Fabre, da Pistoletto a Carlo Sini, da Kounellis a Gija Kancheli.  Dal 2000 al 2006 seguono altre personali tra cui al Palazzo del Capitano del Popolo di Todi, alla Nuova Pesa e allo studio Stefania Miscetti di Roma. Inoltre partecipa a “Exempla II, arte italiana nella vicenda europea 1960-2000”, Pinacoteca Civica di Teramo e a “Enclave 1”, CAMEC, Centro per l’Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia. Negli anni più recenti seguono altre personali al Watertoren Centre for Contemporary Art di Vlissingen, alla XII Biennale Internazionale della Scultura di Carrara, al Tramway di Glasgow in cui avvia il ciclo “Glory”, alla Fondazione Morra di Napoli, al Macro di Roma, al Marca di Catanzaro, alla Quadriennale di Roma e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 2019 è al Parco della Murgia a Matera e nel 2020 per il ciclo “Geografico” è presente a Palazzo Landolina a Noto, alla Farm Cultural Park di Favara e al Teatro Garibaldi di Palermo. Seguono la partecipazione a Manifesta 13 nel 2020 a Marsiglia e la personale “Glory VI Au temps où nous n’étions pas des hommes” al BPS 22 di Charleroi nel 2023. <br />
Mostre in galleria: “Over the noise”, 2024, mostra collettiva</p>
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Laura Gianetti (1980, Livorno) è un’artista, ricercatrice, fotoreporter, grafica e docente d’arte.<br />
Ha studiato Scienze Naturali all&#8217;Università di Pisa e si è laureata in Pittura con un Master in Fotografia all&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma nel 2008. Dopo la laurea si è trasferita a Berlino dove ha lavorato come artista visiva e fotoreporter per eventi artistici e musicali per più di 8 anni. Ha collaborato tra l&#8217;altro con Künstlerhaus Bethanien, Bpigs, Node Center for Curatorial Studies, CTM Festival, Grimmuseum, Factory Art, Month of Performance Art di Berlino, Sonic Acts Festival di Amsterdam, Museum of Contemporary Art di Roskilde.  Dai primi anni 2000 ha realizzato progetti artistici raccolti in collezioni private e pubblicati in riviste, giornali, libri, CD, dischi in vinile e video musicali. Ha esposto in gallerie e musei tra cui il Palazzo delle Esposizioni, il Museo Hendrik C. Andersen, il Complesso Monumentale Sant&#8217;Andrea al Quirinale di Roma, il Grimmuseum di Berlino, la Galleria d&#8217;Arte Moderna alle Ciminiere di Catania (Premio Nazionale delle Arti) e l&#8217;Ancienne Quincaillerie van AA di Bruxelles, dove è stata premiata come miglior artista sotto i 35 anni.<br />
Vive e lavora tra Roma e Livorno.<br />
Mostre in galleria:<br />
“Spazio. Photo-reportage di Roberto Apa e Laura Gianetti nella Galleria Mario Iannelli” (2023); “Work In Process”, CURA. BOOKS, presentazione del libro, 2021; “Work In Process II”, presentazione della pubblicazione, 2023 (reportage fotografico sul “Virginia Art Theatrum / Museo della Catastrofe” di Vettor Pisani)</p>
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Cyrill Lachauer (1979, Rosenheim, Germania) vive a Berlino.<br />
Lachauer ha studiato regia, etnologia e arte a Monaco e Berlino. Nel 2011 ha fondato insieme ad altri colleghi l’etichetta Flipping the Coin.  Ha ricevuto numerose borse di studio e premi tra cui recentemente Medienboard Berlin-Brandenburg, Pollock-Krasner Foundation Grant, New York, Accademia Tedesca Villa Massimo (Premio Roma 2020/21). Recenti mostre personali sono state organizzate dalla Goetz Collection, Monaco, dalla Haus der Kunst, Monaco, Berlinische Galerie, Berlino, Video Art At Midnight, Berlino, Forum Alte Post, Museum, Pirmasens, Deutsches Auswandererhaus &#8211; German Emigration Center, Bremerhaven, Museum Villa Stuck, Monaco, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, Villa Aurora, Los Angeles, artothek – Raum für junge Kunst, Cologne. <br />
I suoi “narrative landscapes&#8221; invitano ad una differente lettura del paesaggio e del concetto di confine all’interno di una ricerca antropologico-estetica sulla crisi della società occidentale, in particolare quella americana osservata nella sua “Trilogia Americana” (“Full service. From Walker River to Wounded Knee”, 2012-2014 e “The Adventures of a White Middle Class Man. From Black Hawk to Mother Leafy Anderson”, 2016/2017, esposti nella mostra personale “When you smell the smoke on your skin, the fire’s long gone” presso la galleria). Nei suoi recenti viaggi in America (il terzo capitolo dal titolo “Slack”, esposto nella mostra collettiva “Over the noise” presso la galleria) indaga sulla figura dell’errante inteso come un’ideale di resistenza ed uno stato che rende possibile narrative al di fuori delle tradizionali forme di fare mondo.<br />
Il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, letteratura ed opere sonore in collaborazione con musicisti.<br />
Mostre in galleria: “When you smell the smoke on your skin, the fire’s long gone”, 2019, mostra personale; “resonance”, 2019, mostra collettiva; “Narrative Pieces”, mostra collettiva, 2023; “Over the noise”, mostra collettiva, 2024.</p>
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<p>Hanne Lippard (Nor/Ger, 1984 Milton Keynes UK) vive e lavora a Berlino. <br />
E’ attualmente in residenza presso l’Accademia Tedesca di Villa Massimo (Premio Roma 2024-25).<br />
Il lavoro di Lippard si muove tra parola scritta e parlata e si esprime tramite una varietà di discipline e media, in particolare installazioni sonore e performance. Tra le sue performance e mostre più recenti figurano: The Myths and Realities of Achieving Financial Independence al CCA Berlino (2022), Le langage est une peau al FRAC Lorraine a Metz (2021), Contact, Mood, Share al Museo d’arte contemporanea di Anversa (2021), X al Frac des Pays de la Loire a Carquefou (2020), RIBOCA2 alla Biennale di Riga (2020), ART 4 ALL all’Hamburger Bahnhof (2020), Our present al Museo d’arte contemporanea di Siegen (2020), Parades for FIAC al Palais de la Découverte (2019), Art Night London (2019), Goethe in the Skyways a Minneapolis (2019), There Is Fiction in the Space Between al n.b.k. a Berlino (2019), Nam June Paik Award 2018 al Westfälischer Kunstverein di Münster (2018), Ulyd al Kunsthall Stavanger e al FriArt a Fribourg (2018). Nel 2024 Lippard riceve il Premio della Nationalgalerie.</p>
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<p>Roberto Pietrosanti (1967, L’Aquila) vive a lavora a Roma dove si trasferisce alla fine degli anni Ottanta e da cui inizia la sua fitta attività espositiva in Italia e all’estero, tra cui Parigi, New York, Londra, Madrid. La sua ricerca pittorica monocromatica ragiona sulla de-costruzione dei concetti spaziali per volgere lo sguardo al complesso architettonico, realizzando opere monumentali, opere-ambiente ed installazioni site specific in mostre come “Monocromos. Da Malevic al presente” al Centro de Arte Contemporanea Reina Sofia, Madrid, “Confines” al Museo IVAM di Valencia, alla X edizione della Biennale di Architettura di Venezia, presso l’ Area Archeologica del Palatino/Foro Romano, al Museo dell’Ara Pacis di Roma, alla Triennale di Milano, al Castello di Rivara, alla sedi di Sorgenia a Milano, di SIDIEF a Roma e a Ravenna in collaborazione con la Compagnia del Progetto insieme agli architetti Franco Purini e Carlo Maria Sadich e alla direzione artistica del professor Francesco Moschini, A.A.M. ArchitetturaArte Moderna, Roma. Vince il concorso di idee per la risistemazione di P.zza Augusto Imperatore a Roma.  In parallelo affronta anche una serie di progetti per il teatro e la danza contemporanea. Recentemente il suo lavoro è stato esposto dalla Galleria La Nuova Pesa di Roma in mostre personali (“Non avere timore” in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia di Leonardo Aquilino, “Spinarium”, “Codici / GOYA”) e collettive.<br />
Nel 2025 ha realizzato per i Cancelli della Galleria Umberto I di Napoli l’opera pubblica “Sipario”.<br />
Mostre in galleria: “Over the noise”, 2024, mostra collettiva</p>
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<p>David Prytz (1979, Aarhus, Danimarca) vive e lavora a Berlino.<br />
David Prytz ha studiato presso le scuole d’arte di Oslo e Londra. Espone il suo lavoro con la Galleria Mario Iannelli dal 2014, inaugurandola con la mostra personale “Literal”. Da allora ha esposto in numerose mostre quali Anatomy of restlessness, 2016, mostra collettiva; Exocenter, David Prytz, mostra personale, 2017; Fire in the mind, 2019, mostra collettiva; resonance, 2019, mostra collettiva; Gathering the unpredictable, 2020, mostra collettiva; Narrative Pieces, 2023, mostra collettiva; “T I M E. Felix Kiessling &#8211; David Prytz”, 2024, duo show.<br />
Le sue opere sono state esposte in numerose mostre collettive in gallerie e spazi di ricerca tra cui Galerie Alexander Levy, Crone Gallery, Kranich Museum, After the Butcher, Peninsula.<br />
Mostre recenti: “A Family Affair. Anna Virnich, David Prytz and Winfried Virnich”, Artefact, Berlin; Ever Seen Never Seen, Akkurat Labs, Berlin; Where the Bridge Ends the Satellite Begins, Galerie SP 2, Berlin (solo).<br />
Nei suoi lavori quali “Tabula rasa”, “When the bridge ends, the satellite begins”, “Exocenter”, David Prytz realizza sculture ed installazioni che intrecciano le dinamiche del cosmo con quelle quotidiane assemblando materiali grezzi animati da movimenti cinetici, minerali fusi (“Dumb Alchemy”) e disegni geometrici (“Literal Geometry”).</p>
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Yorgos Stamkopoulos (1983, Grecia) vive e lavora a Berlino.<br />
Yorgos Stamkopoulos ha studiato pittura alla Scuola di Belle Arti di Atene e alla Universität der Kunste di Berlino. Ha ricevuto una borsa di studio dalla Fondazione Onassis di Atene e il premio “Freedom for Emerging Artists” del Museo de Calzado in Spagna. <br />
Stamkopoulos ha esposto in mostre personali presso Lepsien Art Foundation, Düsseldorf, Collectors Agenda, Vienna, Galleria Mario Iannelli, Roma, Callirrhoë, Atene, Zeller van Almsick, Vienna, Galleria Nosco, Bruxelles, CAN Christina Androulidaki Gallery, Atene, Kunsthalle Athena Art Athina, Porcino, Berlin, Nir Altman Gallery, Munich, Frankfurt am Main, Berlin, Kunst&amp;Denker, Düsseldorf.<br />
Le sue opere sono state esposte in varie mostre collettive a livello internazionale, tra cui “New Greek Painting 21”, Agios Nikolaos Municipal Gallery, Creta e “Encore New Greek Painting” (2023), Municipal Gallery of Athens, “Io sono qui, MACRO, Roma, curated by Lorenzo Bruni, Neuer Essener Kunstverein, Kunsthalle Athena, Hollis Taggart, Southport, U.S., COSAR HTM, Düsseldorf, Christian Ehrentraut Galerie, Berlin, Daily Lazy Projects, Atene.<br />
Nella sua pittura l’immagine è depositaria di tracce sedimentate e gestuali che definiscono il movimento interno del quadro o coinvolgono l’osservatore nello spazio come nell’installazione ambientale “Trajectory” presentata in galleria. La frammentazione fenomenologica dei suoi quadri è intesa a dare rilievo al tempo e all’esperienza del fruitore. <br />
Il progetto ‘Trajectory’, a cura di Lorenzo Bruni, è stato concepito da Stamkopoulos come una riflessione condivisibile sul suo modo di lavorare attorno alla pittura astratta con l’intento, tuttavia, di dare maggiore importanza al processo piuttosto che all’immagine finale. L’artista, pur assumendo la responsabilità di riflettere sull’eredità della tradizione modernista del monocromo e quella politica/concettuale della pittura analitica, punta al confronto non con la decodificazione della realtà sulla tela, bensì sul far rendere cosciente lo spettatore dei propri processi cognitivi, inducendo una riflessione sul ruolo e la comunicabilità della pittura oggi rispetto alla sua storia millenaria.<br />
Mostre in galleria: “Anatomy of restlessness”, 2016, mostra collettiva; “Trajectory”, mostra personale, 2017; “resonance”, 2019, mostra collettiva; “Monochromes”, 2019, mostra collettiva; “Cast: Diodato, Kretschmann, Stamkopoulos”, 2021, mostra collettiva; “Unmaking”, 2023, mostra collettiva; “Narrative Pieces”, 2023, mostra collettiva.</p>
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Sebastian Stumpf (1980, Wurzburg, Germania) vive a Lipsia.<br />
Sebastian Stumpf ha studiato presso le scuole d&#8217;arte di Norimberga, Lione e Lipsia. Nel 2008 è stato allievo di Timm Rautert.<br />
Tra le mostre personali figurano la Galerie Thomas Fischer di Berlino, il Museum Folkwang di Essen, il Museum für Photographie di Braunschweig, l&#8217;Annex 14 di Zurigo e la Landesgalerie di Linz.<br />
Il suo lavoro è stato esposto alla 6ª Biennale di Berlino e alla Triennale di Aichi a Nagoya, oltre che in numerose mostre collettive, tra cui Contemporary Arts Center, Cincinnati, Le Bal, Parigi, OCAT Shanghai, Museum der Bildenden Künste Leipzig, Tokyo Wonder Site/Institute of Contemporary Art, Blaffer Art Museum, Houston.<br />
Nel 2016 ha ricevuto la borsa di studio per la fotografia tedesca contemporanea ed è stato borsista presso Villa Aurora a Los Angeles.<br />
Ha realizzato un&#8217;installazione art-in-architecure per la Kulturstiftung des Bundes di Halle, una proiezione video permanente per la Kunsthaus Göttingen e recentemente un&#8217;installazione sonora site-specific per la Hamburger Kunsthalle.<br />
Le azioni di Sebastian Stumpf esplorano la relazione del corpo con gli spazi pubblici, artistici e istituzionali, mettendo in discussione la percezione dell’osservatore con gesti specifici e l’immaginazione del luogo performato.<br />
“Certain Peaks”, la mostra personale di Sebastian Stumpf presso la galleria, ha presentato nuovi lavori che si sono confrontati con lo spazio della galleria ed il paesaggio storico e urbano di Roma.<br />
Mostre in galleria: “Certain Peaks”, 2024-25, mostra personale</p>
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		<title>Over the noise</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/over-the-noise/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2024 04:51:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Navid Azimi Sajadi, Mario Diacono, Pietro Fortuna, Cyrill Lachauer, Bjørn Melhus, Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, Vettor Pisani &#160; La Galleria Mario Iannelli è lieta di comunicare la proroga della mostra “Over the noise” che sarà visitabile durante &#8220;Contemporanea&#8221; &#8211; Rome Gallery Weekend &#8211; dal 10 al 12 Maggio. &#160; Dal 29 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Navid Azimi Sajadi, Mario Diacono, Pietro Fortuna, Cyrill Lachauer, Bjørn Melhus, Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, Vettor Pisani</p>
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<p><strong>La Galleria Mario Iannelli è lieta di comunicare la proroga della mostra “Over the noise” che sarà visitabile durante &#8220;Contemporanea&#8221; &#8211; Rome Gallery Weekend &#8211; dal 10 al 12 Maggio.</strong></p>
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<p>Dal 29 Febbraio al 29 Aprile 2024, la Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Over the noise”, una mostra collettiva di opere di Navid Azimi Sajadi, Mario Diacono, Pietro Fortuna, Cyrill Lachauer, Bjørn Melhus, Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, e Vettor Pisani, che <strong>riflette sul concetto di “arte profetica” alla luce del pensiero elaborato dal filosofo Federico Campagna nelle sue recenti pubblicazioni “Magia e Tecnica. La ricostruzione della realtà” e “Cultura profetica. Messaggi per i mondi a venire”</strong>.<br />
Secondo l’autore, che ha contrapposto le “cosmogonie” della magia e della tecnica ed ha esaminato il mondo della magia sotto il nome della cultura profetica, quest’ultima comprende la metafisica, il misticismo e lo sciamanesimo in un tetrafarmaco che offre vie alternative al fare mondo della tecnica, essendo una “metafisica delle molteplici dimensioni dell’esistenza fondata sulla compassione”.</p>
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<p>L’occasione della mostra funge da thick description (descrizione densa) di tale tesi attraverso un’indagine sulle posizioni di artisti contemporanei di differenti generazioni e contesti, le cui ricerche condividono elementi fondamentali con le suddette vie filosofiche e spirituali, interpretando la profezia come presenza, non rappresentazione e non costruzione di un mondo (Pietro Fortuna), rivelazione in senso orientale (Navid Azimi Sajadi) ed in senso cristiano (“Non avere timore” di Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti), ritorno e trasmutazione (Vettor Pisani), filosofia dell’errante (Cyrill Lachauer), scrittura alchemica (Mario Diacono) de-costruzione della metafisica della tecnica e ritorno spettrale dell’origine (Bjørn Melhus).</p>
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<p>Il titolo della mostra introduce una metafora che va oltre l’oggetto. Cosa può esserci oltre il rumore? E di quale rumore si parla? <br />
Andare oltre al rumore per la metafisica della magia è porre in primo piano l’ineffabile entrando in uno spazio sacro ed è andare oltre al rumore generato dalla metafisica della tecnica in cui la vita è intesa solo come vulnerabilità del sistema, guasto strutturale da ricondurre al linguaggio assoluto.<br />
La metafisica della tecnica contempla che la verità sia rappresentazione e la rappresentazione sia verità e conseguentemente riduce lo spazio della vita alla sua dimensione linguistica come per le dimensioni economiche, produttive, etniche o identitarie in cui l’individuo è pari a un processore in una serie.</p>
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<p>Nelle vie magiche si verifica invece un “riscatto della presenza” (De Martino) per superare uno stato di crisi ed il rumore del mondo, il suo dolore, diventa all’opposto il sintomo di una metafisica basata su ciò che precedentemente era “l’ombra del tempo” della tecnica.<br />
L’ineffabile, ovvero ciò che non può essere descritto linguisticamente, riporta in armonia concetti opposti quali l’esistenza e l’essenza, l’unità e la molteplicità, l’eternità e il tempo, facendo proprio il linguaggio, potendo da esso districarsi da una parte e interpretarlo dall’altra. <br />
Essendo solo percepibile, l’ineffabile risiede nel “cuore” dell’esistenza, come guida nascosta e capacità di attingervi per divenire “io, persona, sé, simbolo”.</p>
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<p>Arte magica e profetica è quindi l’“abilità a trasmettere l’ineffabile e i suoi dati evidenti e tangibili”, di andare oltre il rumore, il mysterium tremendum et fascinans, l’unheimlich, l’uncanny, il non familiare reso familiare. <br />
Perdere il mondo per ritrovarlo, curando costantemente l’emergere della realtà con la presenza, nell’intuizione che conoscere sia essere e riconoscere.<br />
Una forma di iniziazione, che invita a valicare uno spazio per trovare un fuori, una via di uscita verso il passaggio ad una realtà basata sulla conoscenza e attraverso essa sulla salvezza e la libertà, che possa trasformare la crisi in un atto di ricostruzione.</p>
<p><span id="more-4770"></span></p>
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<p>La mostra si apre con l’opera video di Bjørn Melhus “Das Zauberglas” (“The Magic Glass”, 1991), opera miliare nel lavoro dell’artista, con cui ha iniziato la propria straordinaria epopea creativa di interpretazione di alter-ego nell’immagine filmica. In essa, uno dei personaggi interpretati da Melhus si rade di fronte ad uno schermo tentando di specchiarsi e di interagire con il suo doppio all’interno, il personaggio di Dorothy, una rappresentazione femminile dell&#8217;artista che si appropria della voce doppiata in tedesco di Debra Paget del film western americano del 1950 “Broken Arrow”, la quale vive in una sua dimensione separata che allude inoltre ad altre dimensioni da lei vissute oltre la circostanza dell’incontro. Sarà inoltre la protagonista di successivi film. Anche lo spettatore che guarda l’opera è coinvolto in questa proliferazione di alter-ego che generano l’unheimlich, uno spiazzamento dei concetti di identità nella persona, dove maschile e femminile convergono.<br />
Lo schermo, nuovo specchio magico, produce un altro da sé impossibile. I personaggi tentano vanamente di comunicare.<br />
Nella ricerca di Bjørn Melhus l’unheimlich ci dà la caccia come un fantasma, nello stesso modo in cui il magico è in realtà l’ombra del mondo della tecnica, ovvero tutto quello che è posto da essa all’oscuro. Si configura una fattispecie “hauntologica”, nel senso profetico dato da Derrida e Fisher e da McLuhan con il “medium è il messaggio”. <br />
L’essenza dello scambio tra i due personaggi del video è tipica di una relazione amorosa che produce desiderio, ma dopo la sua confessione la disperazione prende il sopravvento perché in realtà dall’altra parte sembra non esserci nessuno e non resta al protagonista che cercare vanamente se stesso in quell’inconscio, nella caduta del soggetto in quel mondo.<br />
In un’analogia con la tradizione buddista, lo schermo è oggetto della meditazione come un vaso di fiori, posto infatti accanto ad esso, su cui all’inizio e alla fine del video cadono i capelli tagliati.<br />
Le sue recenti narrative mostrano chiaramente scenari apocalittici non molto differenti da quelli attuali. “Resolution” (2022) narra di uno stato primordiale trascendentale che l’umanità raggiungerà nel 2071-2078, mentre in “Sugar” (2019) un robot umanoide amichevole e premuroso, inviato a curare l’HON (Human Organism Natural) intrappolato in uno spot pubblicitario, si riconnette all’energia della natura e del cosmo, sua meta finale. L’umanità vive in uno stato di emergenza permanente alla fine dei tempi e in cui le è impedito di tornare ad uno stato originale o “ritorno a casa” in “The End Time” (2019) mentre in “The Theory of Freedom” (2015) il mondo è tiranneggiato dell’oggettivismo in cui vengono impartite teorie di libertà.<br />
In questo modo Melhus pone di fronte contemporaneamente ai mondi della tecnica e della magia muovendo una critica al primo ed un’invito a valicare la soglia del secondo, oltre il rumore generato dalla trasmissione/ non trasmissione dello schermo ed in quello che consiste l’essere in entrambi.  Come “Videodrome” di Cronenberg ci aveva portato dentro, “Magic Glass” di Melhus ci porta fuori. Il rumore bianco dell’assenza di segnale video conduce verso un’estasi ma anche ad un’insopportabilità e una liberazione. Ciò è alimentato ed ottenuto anche con l’uso spregiudicato e quasi psichedelico del linguaggio, con la pronuncia di frasi sibilline di notevole impatto emotivo che sono citazioni e campionamenti di voci originali di film, ripetute come flash di luce secondo uno schema elettrico on-off, piene di incanto quanto di opposizione all’oggetto del racconto. <br />
La musica, la voce ed i testi hanno un ruolo importante nelle sue opere producendo un ritmo che ci lascia entrare attraverso la ripetizione nell’inconscio personale e collettivo.<br />
I suoi originali doppi mettono in scena un teatro di travestimenti ed animazioni e di nudità dell’umanità spesso malata, presa nel loop del potere del medium che la isola e da cui è dipendente, in cui appare come un guaritore che viaggia nello spazio-tempo, tramutandosi nei suoi alter-ego come uno sciamano.  “The Magic Glass” è stata anche l’opera iniziale della recente serie di screening presso l’Accademia di Villa Massimo di Roma durante la residenza di Bjørn Melhus, che hanno esposto un lavoro di cura della propria ricerca trentennale che ha raggruppato diverse sue opere in narrazioni divise per temi quali “The Yellow Brick Road”, sull’evoluzione dei suoi alter-ego in parallelo all’avanzamento della tecnica, “We are at War” sulla guerra, “Tainment”, sull’intrattenimento, “Capitapocalypse” sull’apocalisse del capitalismo, che aspirano ad essere secondo la sua intenzione un unicum continuo.</p>
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<p>L’occasione della mostra rende possibile mettere in confronto ed in parallelo la ricerca incentrata sui video doubles di Bjørn Melhus con l’apparato di doppi generato dall’opera di Vettor Pisani prelevati dalla storia e dalla storia dell’arte. Oltre l’appropriazione, altri punti in comune fra le ricerche dei due artisti sono la narrazione metafisica, l’approccio psicoanalitico e sciamanico, l’umorismo, la rappresentazione di un teatro dell&#8217;umanità e del cosmo, in cui anche la ricerca di Vettor Pisani si pone come profetizzante un ribaltamento dei limiti e dei confini nella sua era, seppur guardi al passato per essere una cerniera con il futuro, come egli stesso affermava, mentre i temi trattati da Bjørn Melhus riguardano direttamente il mondo contemporaneo. <br />
Nel particolare delle opere esposte, l’analogia si potrebbe porre in confronto al “Grande Vetro” di Duchamp, opera che ritorna nell’opera di Vettor Pisani sin dallo “Scorrevole”, considerando che lo schermo dà vita ad una macchina celibe di desiderio. <br />
L’opera in mostra di Vettor Pisani è una stampa digitale di grandi dimensioni su pvc dal titolo “Musa” che mette insieme in collage il dipinto di Arnold Bocklin “L’Isola dei Morti” sullo sfondo ed una fotografia di un nudo di Irina Ionesco al centro. L’immagine monocroma è immersa in una nebbia blu, “azzurra luce di cieli e di mari, dell’etere stesso dei nostri pensieri” (Mimma Pisani). <br />
L’immagine dell’“L’Isola dei Morti”di Arnold Bocklin è una ripetizione costante nell’opera di Vettor Pisani che egli stesso spiega in un’intervista (pubblicata da Flash Art) con Massimo Riposati, amico, gallerista ed editore che ha seguito la sua vicenda artistica sin dall’inizio, in cui dice che è “un luogo che ritorna continuamente nell’opera di Dalì e che parla della ricerca di un luogo dell’infinito o dell’eternità, del sublime e dell’immaginazione”, luogo che Vettor Pisani ha trovato anche in analoghi reali che ha costruito e in cui ha vissuto come il Virginia Art Theatrum &#8211; Museo della Catastrofe (Serre di Rapolano, Siena) e la sua ultima residenza di fronte al Cimitero Acattolico della Piramide Cestia a Roma. E continua: “L’uomo moderno deve recuperare la propria tragicità, la propria drammaticità. Cancellare il suo destino di drammaticità è un tentativo di alienazione. L’arte è la creazione del proprio immaginario, quello che costruisce una maschera all’essere, un tentativo, attraverso l’artificio, di creare un’immagine che nasconda il reale, la materia. Noi siamo degli esseri ibridi, siamo fatti di divinità, di umanità e anche di animalità”.<br />
“Sulla tomba di Böcklin c’è scritto che non tutti muoiono e questo non significa che tutti sono immortali &#8211; anche sull’epigrafe originale di quella di Vettor Pisani era scritto “Qui giace un’immortale” &#8211; perché le cose esistono solo per chi crede nelle cose”.<br />
L’’immagine dell’opera in mostra introduce un altro tema ricorrente nell’opera di Vettor Pisani, l’androgino come simbolo di unificazione degli opposti, affrontato dalla sua prima mostra “Maschile, femminile, androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp” (Galleria La Salita, Roma, 1970) e poi nella performance “Androgino (carne umana e oro)” (“Contemporanea”, garage di Villa Borghese, Roma, 1973).<br />
Attraverso l’appropriazione di dottrine gnostiche, massoniche e rosa-croce all’interno della sua opera alchemica totale “R.C. Theatrum” l’arte di Vettor Pisani “rappresenta l’erranza iniziatica delle virtù artistiche e magiche con cui si accede al gioco cosmico” (Danilo Eccher. Per un’estetica rosacroce).<br />
E’ tuttora in corso la sua mostra retrospettiva presso la Fondazione Pino Pascali (Polignano a Mare, Bari) a cura di Giovanna dalla Chiesa e Carmelo Cipriani, che ripercorre la figura ideale dell’“R.C. Theatrum” con il titolo “Vettor Pisani. L’Enigma e il segreto”.<br />
All’interno della presente indagine sull’arte profetica, “il segreto di questo mondo è un enigma che la sola conoscenza non risolverà mai”(Hafez, poeta mistico persiano), in quanto è una conoscenza presenziale “che assomiglia alla percezione non mediata che si ha del proprio dolore, dove conoscere qualcosa ed esserlo sono inestricabilmente legati”, un confine dove non c’è il confine ma un abisso.</p>
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<p>Anche Navid Azimi Sajadi ha realizzato recentemente un confronto con l’opera di Vettor Pisani, che si è successivamente ampliata anche a quella di Joseph Beuys (“Terreno-Ultra-Terreno”, Studio la Linea Verticale, Bologna, 2023).<br />
La figura dell’eroe e dell’anti-eroe su cui si basa la dialettica critica di Pisani verso Beuys e più ampiamente una concezione duale che può portare alla catastrofe o alla congiunzione degli opposti, ricorre nella sua ricerca che parte da concezioni filosofiche orientali che si fondono a quelle occidentali in una fusione armonica.<br />
“Le immagini delle opere di Navid Azimi Sajadi appartengono alla tradizione del Museum Hermeticum, patrimonio inesauribile di studi e rivelazioni contenuti nei testi sacri, filosofici e di alchimia in cui Occidente o Oriente si sono incrociati illuminandosi di corrispondenze. In questa unità di visione, la conoscenza conduce alla salvezza e la consapevolezza all’accesso alla verità sperimentabile dall’uomo al centro del suo mondo interiore”. “L’uso della stella a cinque punte &#8211; ricorrente nel suo lavoro di matrice simbolica &#8211; è paragonabile all’intenzione con cui Leonardo Da Vinci ha disegnato l’”Uomo Vitruviano”, ponendolo al centro dell’universo e a molti altri esempi in cui il cinque designa un cambiamento, un passaggio di stato e verso cui si desidera una protezione” (“Lo spazio magico nei primi lavori di Navid Azimi Sajadi”, Mario Iannelli, 2020).<br />
Nelle sue installazioni e nei suoi disegni su carta la stella a cinque punte che delimita lo spazio sacro è disegnata con scritture personali associabili alla quella di testi religiosi, al fogliame del cipresso, al filo spinato o a catene. Tale scrittura percorre simboli di vita e di distruzione quali il teschio, la mela, l’uccello, la tromba, l’aquila, il serpente, la bomba atomica, la gabbia toracica connettendo le varie parti dell’opera.<br />
Un’altra versione della stella a cinque punte è presente nel ciclo “The Bridge” (presentato al Museo Macro, Roma) in cui corpi femminili formano archi dal cui ventre, punta superiore della stella, nascono manifestazioni simboliche che bilanciano simmetricamente gli elementi della visione.<br />
Il nuovo lavoro in mostra sperimenta la combinazione di serie e materiali differenti, quali pittura a foglia d’oro, la stampa, la tecnica mista su carta, metodo che rispecchia dall’altra parte il suo perenne processo di mescolamento e regia dei miti e delle filosofie che porta di volta in volta in causa.<br />
Nei sincretismi che le sue opere sviluppano la rivelazione rimane sullo sfondo come un accecamento o un’ombra che pone con grazia e mistero l’architettura simbolica complessiva.</p>
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<p>Il confronto reale tra Roberto Pietrosanti e Giovanni Lindo Ferretti ha dato vita al progetto “Non avere timore. Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia Leonardo Aquilino” realizzato a Cerreto d’Alpi nel 2014 ed esposto in alcune mostre presso gallerie ed istituzioni tra cui la Galleria La Nuova Pesa di Roma (2016), Il Castello di Rivara (2016), Artefiera Bologna (2017), Battistero di S.Giovanni in Corte Pistoia (2017), la Triennale di Milano (2018).<br />
I due artisti, provenienti da formazioni diverse, visuale il primo, musicale il secondo, si sono incontrati nel tema dell’Annunciazione, uno dei temi sacri e pittorici più rilevanti della tradizione occidentale che segna l’inizio della sua metafisica, in cui l’angelo, ovvero la voce, è protagonista dell’evento ed è dispositivo per le opere concettuali che compongono la serie che consiste in un unicum indivisibile.<br />
“Non avere timore” è un motto per lo spirito che apre alla trascendenza, è un “apparire alla Madonna” per dirla con Carmelo Bene, “ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo…più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono… sono apparso…sono detto…mi diceva la voce, il mio interno cantar l’ascolto”.<br />
Le opere della serie, che contiene anche un libro d’artista, consistono in quelle realizzate da Roberto Pietrosanti, i “pizzini” scritti da Giovanni Lindo Ferretti e le fotografie di Leonardo Aquilino.<br />
Nel loro insieme esprimono il mistero dell’ineffabile che si fa luce ed anima nel paesaggio, canto nella poesia e corpo nella scultura.<br />
Alcune delle opere di Pietrosanti realizzate con spilli su tela sono la rappresentazione anatomica di un canto. Già a fine anni Novanta Pietrosanti aveva iniziato a elaborare opere sul concetto di voce (esposte nel 2006 nella mostra personale alla A.A.M. di Roma). In esse si verifica un cortocircuito nella percezione della linea, apparentemente un segno tracciato rapidamente se osservato a distanza, ma consistente in una costellazione di punti, entrate ed uscite da una dimensione.<br />
La purezza della voce ricercata da Pietrosanti si rispecchia nelle parole di Giovanni Lindo Ferretti “un Vortice d’Infinito/ penetra/ appagando/ un vortice di finitezza.”, “pulviscolo di EMPIREO”. Lo spillo tocca l’interiore provocando metaforicamente dolore, il quale diventa canto al soffio dell’ineffabile che agisce sullo sfondo, verbo incarnato, “Fear, Not”.<br />
In due altri lavori, che usano l’uno il negativo dell’altro, bellezza e terrore si fondono. Le armi, simbolo del timore, intagliate nelle lastre d’acciaio che strutturano l’iconostasi, sono le frecce o i raggi su una campana di bronzo, simbolo del cuore. Entrambi rappresentano “monumenti del timore” (Giovanni Lindo Ferretti). In mostra è esposta una delle iconostasi, vero e proprio “lavoro a due teste”, nato dalla intensa pratica di conversazione che ha contraddistinto l’esperienza. Questa tradizionalmente è il luogo delle immagini che nelle chiese delimita lo spazio sacro rendendolo inaccessibile all’entrata e allo sguardo del fedele ed anche nella mostra separa il primo dal secondo spazio della galleria, mostrando il suo arabesco di armi per contrasto di luce con la prima sala buia dove è proiettata l’opera video di Bjørn Melhus.<br />
Nella mostra risuona la voce di Giovanni Lindo Ferretti su alcuni dei foglietti scritti a mano o “pizzini&#8221; che hanno segnato i vari momenti dello scambio. Nelle sue parole, la profezia è un annuncio del mistero dell’incarnazione (“promessa della buona novella”) ma anche di una “diversa figurazione” ottenuta con un nuovo sfondo ineffabile in cui il “timore contiene bellezza”; così forse si potrà recuperare il senso dell’“utilità delle frontiere e della didattica della separazione”, “dare senso al fare o a interpretare ciò che è in potenza e chiede di essere atto”.<br />
La voce che fa risuonare il rasa dell’opera, ovvero la luce che vi entra, ci invita a “non avere timore” di fronte ad una bellezza inaudita e terrificante, assenza che diviene presenza, ad abbandonarsi senza speranza e paura come atto di fede secondo un’“ istintiva necessità di ricerca della verità, una singola voce primordiale, contro tutto questo rumore” (Camilla Balbi, Non avere timore).<br />
La voce come medium invisibile sorge da un desiderio di forma, di equilibrio nell’uso dei materiali nell’opera di Pietrosanti, e ad esempio rendere leggera la gravità. In queste sue opere la sacralità ha il sapore dell’armonia classica, su cui imprime una vertigine e una vibrazione aniconica, che nasce dal vuoto per ritornarvi, come nelle altre sue opere in cui il monocromo o la de-costruzione e ri-costruzione del colore passa per un azzeramento.</p>
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<p>Luce, verità e futuro sono le imprevedibili conquiste che misurano con il metro dell’irrequietezza le spinte ed i desideri dell’umanità nei recenti lavori di Cyrill Lachauer. <br />
Nei suoi narrative landscapes in cui porta avanti una ricerca antropologico-estetica sul paesaggio ed una critica alla società occidentale nei suoi estesi viaggi in America e in Europa, Lachauer è approdato ad una filosofia dell’”errante”.<br />
In mostra fotografie di piccole dimensioni che sono state realizzate nei suoi recenti viaggi in America con cui ha completato la sua personale trilogia americana.<br />
La figura dell’errante è intesa come un’ideale di resistenza ed uno stato che rende possibile narrative al di fuori delle tradizionali forme di fare mondo. E’ uno stato perché è un fenomeno che può manifestarsi in una realtà molteplice, sia essa vegetale, animale, umana ma è anche un’istanza sociale e politica. Può manifestarsi nella figura dell’uccello rapace che diventa uccello del declino o nelle figure dell’hobo e del treno merci, simboli di libertà e resistenza, ma anche di colonizzazione e migrazione.  La perdita di un centro e di una verità è quello che vive l’errante umanità contemporanea. Le sue opere sono narrative non lineari da un punto di vista tecnico ed ideologico. Sotto il primo punto di vista, il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, letteratura ed opere sonore in collaborazione con musicisti. Dall’altra parte, mostrano stati di perdita che sono stati realmente vissuti dai protagonisti.  Quello che è possibile non è un nuovo mondo, magari il “Paradiso degli Hobo”, ma soprattutto la coscienza di quello attuale. <br />
I suoi paesaggi sono sintomi, ultimi baluardi e convergenze di un profetico, oltremodo domandante movimento di trasformazione. In esse vediamo l’incubo americano ma anche delle tracce di verità, di luce e di futuro, “rovine fertili” che risiedono in un ottica non antropocentrica, sradicata da categorie e valori astratti e concentrata su interessi e spinte concrete, possibili in virtù di un etica fondata sull’altro, “su questo e quello, la soluzione dello sciamano” o su un altro simile esempio di erranza evocato da Lachauer nel suo lavoro, l’”alternativa nomade” di Bruce Chatwin.  </p>
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<p>Se il metafisico ricostruisce la realtà in una cornice di senso e lo sciamano la trasforma potendo mettere identità differenti sullo stesso piano, il mistico non ricostruisce la realtà in quanto essa è come una superficie riflettente che si riconosce in “quel tipo di intuizione immediata della propria esistenza”. Ineffabile e mondo si riflettono, “si dimenticano e si de-creano vicendevolmente in una co-creazione paradossale”.  Quest’ultima è una via di liberazione attraverso la mente che si trova nell’opera di Pietro Fortuna, in cui non emerge né un linguaggio né una metafora ma lo stato delle cose, senza la pretesa di costruire un mondo ma semmai commutarlo alla sua intuizione. Quello che ha chiamato “gloria dell’inessenziale”, una mimesi del linguaggio della natura, senza richiamarla direttamente, ma trovandola in ogni sguardo. Ciò lascia uno spazio aperto per la possibilità alla realtà, di “infinite” realtà, una condizione che tutti hanno come base dell’esistenza. Ad esempio, nei suoi lavori che consistono in fogli di plastica arrotolati, il reale dei rotocalchi stampato su essi si avviluppa trasparente su se stesso perdendo senso lasciando invece che la realtà si fondi unicamente sul movimento che si fa piegamento come allo stesso modo i suoi lavori pittorici degli anni Ottanta/Novanta che erano unicamente stesure, processi senza un fine fuorché essere la stesura. In altri suoi lavori in cui utilizza materiali poveri quali il cartone (“Metatron”), la superficie ha una sua profondità, un corpo che è innanzitutto una Cosa con un alto grado di espressività senza bisogno di rappresentazione. <br />
Soprattuto secondo la posizione del mistico la profezia è risvegliare innanzitutto il presente e la presenza di sé e di qualsiasi cosa. La prima delle due opere esposte, “Candor” consiste in una fusione in bronzo di una canna e scatole di sardine dorate mentre la seconda in un assemblaggio fotografico. Nella prima, vi è una coincidenza tra ineffabile e linguaggio perché l’oggetto è letteralmente quello che è, una canna dorata, ma anche l’evento nell’oggetto, candore. La sua superficie non solo riflette la luce ma potenzialmente acceca se un raggio di sole vi cade mentre lo si guarda.  Nella seconda, l’assemblaggio fotografico di motivi ricorrenti nella sua opera non ha alcuna intenzione narrativa riflettendo invece una “sovrabbondanza di dimensioni che supera la dicotomia tra ineffabile e linguaggio”. Due mele, una rosa, uno spazio vuoto, una casa, “ogni frammento della realtà emerge come una mappa attraversata dalle intersezioni tra le diverse dimensioni che lo costituiscono”.</p>
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<p>Questo è il metodo di scrittura di James Joyce dell’”Ulisse” e soprattutto del “Finnegan’s Wake” a cui Mario Diacono ha anche dedicato un breve saggio di traduzione (“La Tartaruga”, 1° quaderno, 1961, ristampato in “I Lilliput”, 1970). Il suo lavoro esposto è una talismano della mostra. Si tratta della messa in plexiglass del suo libro “Thotality” realizzato nel 1973/74. Successivamente con lo stesso titolo nel 2017 è uscita la pubblicazione che contiene i suoi scritti dal 1954 al 2014.  Dall’allusione al dio Thot o Hermes e nello stesso tempo alla totalità, si pone come uno statement della sua scrittura che seziona e libera il linguaggio dalla parola descrittiva per rivelarne la compenetrazione di dimensioni, una “scrittura della totalità dell’essere” (Diacono. La parola esiliata). Secondo la tesi di Diacono però questa scrittura “radicale/avanzata intimamente travolta dalla nostalgia della Cosa” (Diacono, Gesamtkunstwort), che si evolve verso il visuale, l’oggetto e la performance, l’iperscrittura ed opere post-verbali è rimasta come avanguardia non avendo cambiato le sorti della scrittura verbale-sintattica, che si è impoverita fino al linguaggio assoluto o “entropia del linguaggio” (Diacono, “Thotality”) che insidia oggi anche la spiritualità stessa.  Diacono studia da sempre forme di spiritualità che vengono dal passato inglobandole nella sua iper-scrittura come in “Thotality” del 73/74 che contiene nello stesso tempo altri prelievi dal reale. Sono accostate infatti figure geometriche, ideogrammi cinesi, parole in diverse lingue quali l’ebraico, il russo, l’inglese, l’italiano, il latino, prelievi da dizionari, libri, vignette, trattati esoterici, pubblicità, francobolli, biglietti numerati, cruciverba, elenchi, carte da gioco, marche industriali e tavole di pietra inscritte. Il saggio critico è contenuto in colonne tra le pagine fitte di significanti. Non è solo testo visivo ma scrittura multiforme e magica. Scrittura, arte e mondi coincidono nella proliferazione di lingue, simboli, segni non indistinta ma organizzata in un linguaggio polimorfico che pone il linguaggio e l’esistenza in equilibrio. Questo è evidente nei testi alchemici &#8211; di cui “Thotality” è un esempio contemporaneo &#8211; che sono oscuri e spesso grotteschi, celando ricerche di verità dietro elaborate costruzioni non prive di umorismo.  L’installazione del libro mostra solo la copertina e la prima pagina in cui il testo comincia insieme al simbolo esoterico “et sic in infinitum”, un testo in calligrammi cinesi ed il più immediato dei segni, il cuore, insieme ad un trafiletto di giornale sulla qualità della vita dei lavoratori con la domanda se l’umanità esista per la produzione ed il profitto o per il bene dell’umanità stessa.  Come Diacono ha scritto sull&#8217;opera di Marcel Duchamp, anche Thotality consiste in “una scrittura ‘ermetica’ che deflagra il pensiero logico nell’ambizione magica, convogliando nell’oggetto l’inattesa apparizione d’un ultra-senso” (Diacono, Thotality).</p>
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<p>  Testo di Mario Iannelli</p>
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<p> Tutti i virgolettati senza citazione nel testo sono di Federico Campagna</p>
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<p>Navid Azimi Sajadi &#8211; 1982, Tehran, Iran &#8211; è un artista visivo e ricercatore nelle arti medio-orientali. Ha conseguito una laurea in Pittura presso l&#8217;Università di Arte e Architettura di Tehran nel 2005. Nello stesso anno si è trasferito a Roma, dove si è laureato presso l&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma nel 2009. Gli è stato conferito il premio della Fondazione Amedeo Modigliani e successivamente ha ottenuto il Master in Belle Arti in Scultura Multimediale presso l&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma nel 2013. Nello stesso anno, ha ricevuto un invito per esporre le sue opere alla 9a Biennale di Shanghai. La sua pratica artistica si sposta tra installazioni, disegni e ceramiche, esplorando la sua esperienza di navigare tra due culture e abbracciando codici interculturali. Ha sviluppato un linguaggio esoterico di segni e simboli tratti da diverse mitologie, culti e religioni. Mettendo costantemente in relazione immagini, forme e memorie, crea un&#8217;ambientazione metaforica in cui gli spettatori possono attribuire una vasta gamma di significati a indicatori di tempo e spazio. Le sue opere seguono la logica di una narrazione labirintica o di vasi interconnessi in cui simboli, archetipi, significati e storie si trasformano e fluiscono l&#8217;uno nell&#8217;altro, dando vita ad una nuova configurazione visiva e ad una prospettiva caleidoscopica. Attraverso i corridoi delle sue idee, il tempo diventa fluido, mescolando passato, presente e futuro. Echi di antichi culti si fondono con temi contemporanei, illuminando la natura ciclica dell&#8217;esistenza e l&#8217;interconnessione delle migrazioni umane.<br />
Tra le sue mostre in musei e istituzioni si annoverano: MACRO Museum, Roma; Getty Center, Los Angeles; Complesso monumentale di Monreale, Monreale; Museo Castello della Ziza, Palermo; Foundry Downtown, Dubai; Maraya Art Center, Sharijah; Brunei Gallery (Università SOAS), Londra; Pejman Foundation, Tehran; Museo Carlo Bilotti, Roma; Palazzo Bevilacqua Ariosti, Bologna, Centre for Print Research (CFPR), Bristol.<br />
Vivendo e lavorando tra Roma e Tehran, Navid Azimi Sajadi continua a creare opere d&#8217;arte che affascinano e connettono le persone, esplorando i confini dell&#8217;espressione e dell’interpretazione.</p>
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<p>Mario Diacono &#8211; 1930, Roma &#8211; vive e lavora a Boston. Poeta, artista, scrittore, critico, gallerista, docente all’Università di Berkeley, curatore, traduttore, l’attività di Mario Diacono si distingue per aver attraversato e diffuso la cultura d’avanguardia in tutte le sue forme. Nell’ambiente culturale di Roma stringe sin da subito sodalizi con figure quali Giuseppe Ungaretti, Sandro Penna, Emilio Villa, Edoardo Sanguineti collaborando a numerose riviste (tra cui Bit, Ex, Continuum, Quaderno) anche da lui curate (Tau/ma in collaborazione con Claudio Parmiggiani), partecipando all’esperienza della poesia verbo-visiva e delle nuove espressioni artistiche visuali. La sua attività artistica si concentra nella scrittura oggettuale cha va dalla creazione di parole-oggetto a libri-oggetto.  L&#8217;attività di critico che si sviluppa a sostegno di quella di gallerista ed è percorsa anch’essa da sodalizi come quelli con Achille Maramotti, Jannis Kounellis e Vito Acconci, è documentata in “Verso una nuova iconografia” e “KA. Da Kounellis a Acconci. Arte materia concetto 1960-1975” e nei numerosi saggi che ha scritto sull’opera degli artisti nelle pubblicazioni delle sue gallerie di Bologna, Roma, Boston e New York.</p>
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Pietro Fortuna &#8211; 1950, Padova &#8211; vive e lavora a Villanova in Umbria dove recentemente ha trasferito il suo Archivio. Studia architettura e filosofia e ancora giovanissimo collabora a importanti realizzazioni sceniche per il San Carlo di Napoli, La Scala di Milano e la Fenice di Venezia. Nel 1977 si tiene la sua prima mostra personale alla galleria Cannaviello di Roma, poi è presente a Milano dal 1978 al 1983 con altre personali: da Luigi De Ambrogi, Luciano Inga-Pin e Massimo Minini. Si trasferisce per alcuni mesi a New York dove espone da Serra e Di Felice. Negli anni ‘80 è presente alla XVI Biennale di San Paolo, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a Ville Arson a Nizza, al Kunstler House a Graz, al Frankfurter Kunstverein, alla XII Biennale di Parigi e in mostre quali “Italiana: nuova immagine” alla Pinacoteca Comunale di Ravenna e “Anni ’80” alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Si susseguono molte altre mostre in gallerie e musei internazionali come da Annina Nosei Gallery a New York, Otmar Triebold a Basilea, Montenay – Delsol a Parigi, Ville Arson a Nizza, Kunstler House a Graz e al Frankfurter Kunstverein. In Italia il suo lavoro è rappresentato dalla Galleria Giuliana de Crescenzo a Roma, Eva Menz e Ippolito Simonis a Torino e lo Studio Guenzani a Milano. Negli anni ’90 realizza nuovi cicli di opere con installazioni e lavori di grande formato con cui è presente al Palais de Glace di Buenos Aires, alla Galleria d’Arte Moderna di San Marino, al Museo d’Arte Moderna di Bogotà, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, a Le Carré Musée Bonnat di Bayonne e al Museo Pecci di Prato, e in mostre quali “Cadenze” e “Italia-America, l’astrazione ridefinita”.  Nel 1996 fonda “Opera Paese” un luogo in cui s’incontrano importanti figure dell’arte, della musica e del pensiero, da Philip Glass a Jan Fabre, da Pistoletto a Carlo Sini, da Kounellis a Gija Kancheli.  Dal 2000 al 2006 seguono altre personali tra cui al Palazzo del Capitano del Popolo di Todi, alla Nuova Pesa e allo studio Stefania Miscetti di Roma. Inoltre partecipa a “Exempla II, arte italiana nella vicenda europea 1960-2000”, Pinacoteca Civica di Teramo e a “Enclave 1”, CAMEC, Centro per l’Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia. Negli anni più recenti seguono altre personali al Watertoren Centre for Contemporary Art di Vlissingen, alla XII Biennale Internazionale della Scultura di Carrara, al Tramway di Glasgow in cui avvia il ciclo “Glory”, alla Fondazione Morra di Napoli, al Macro di Roma, al Marca di Catanzaro, alla Quadriennale di Roma e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 2019 è al Parco della Murgia a Matera e nel 2020 per il ciclo Geografico è presente a Palazzo Landolina a Noto, alla Farm Cultural Park di Favara e al Teatro Garibaldi di Palermo. Seguono la partecipazione a Manifesta 13 nel 2020 a Marsiglia e la personale “Glory VI Au temps où nous n’étions pas des hommes” al BPS 22 di Charleroi nel 2023. Di recente ha esposto una sua mostra personale alla Galleria La Nuova Pesa di Roma con cui ha realizzato diverse mostre personali (1998, 2003 bi-personale con Vettor Pisani, 2006, 2023) e collettive.</p>
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Cyrill Lachauer &#8211; 1979, Rosenheim, Germania &#8211; ha studiato regia, etnologia e arte a Monaco e Berlino. Nel 2011 ha fondato insieme ad altri colleghi l’etichetta Flipping the Coin.  Ha ricevuto numerose borse di studio e premi tra cui recentemente Medienboard Berlin-Brandenburg, Pollock-Krasner Foundation Grant, New York, Accademia Tedesca Villa Massimo (Premio Roma 2020/21). Il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, scrittura ed opere sonore in collaborazione con musicisti.  Vive e lavora a Berlino e parzialmente a Los Angeles.  I suoi “paesaggi narrativi” richiedono una diversa lettura della nozione di paesaggio e di confine nell&#8217;ambito della ricerca antropologico-estetica sulla società occidentale osservata nei suoi estesi viaggi. Recenti mostre personali sono state organizzate dalla Goetz Collection, Monaco, dalla Haus der Kunst, Monaco, Berlinische Galerie, Berlino, Video Art At Midnight, Berlino, Forum Alte Post, Museum, Pirmasens, Deutsches Auswandererhaus &#8211; German Emigration Center, Bremerhaven, Museum Villa Stuck, Monaco, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, Villa Aurora, Los Angeles, artothek – Raum für junge Kunst, Cologne.  Il suo lavoro è stato presentato in recenti mostre collettive quali “15 Jahre IBB &#8211; Preis für Photographie&#8221;, Kommunale Galerie, Berlin, “Paradise Lost # gender shift, DG Kunstraum”, Monaco, “Natur als Argument”, Kunstverein Bamberg, “Art &amp; Anthropology. Auf der Suche nach dem Anderen”, Galerie im Körnerpark, Berlin, “Van Bommel Van Damm Preis”, Museum Van Bommel Van Damm, Venlo NL &#8211; Wilhelm-Hack-Museum, Ludwigshafen.</p>
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Bjørn Melhus &#8211; 1966, Kirchheim/Teck, Germania &#8211; è un artista multimediale tedesco-norvegese. Vive e lavora a Berlino. Nel suo lavoro ha sviluppato una posizione singolare, ampliando le possibilità di una ricezione critica del cinema e della televisione. La sua pratica di frammentazione, distruzione e ricostituzione di figure, argomenti e strategie ben noti dei mass media apre non solo una rete di nuove interpretazioni e commenti critici, ma definisce anche in modo nuovo il rapporto tra mass media e spettatore. Originariamente radicato in un contesto cinematografico sperimentale, il lavoro di Bjørn Melhus è stato proiettato e premiato in numerosi festival cinematografici internazionali. Ha tenuto proiezioni alla Tate Modern e al LUX di Londra, al Museum of Modern Art (MediaScope) di New York e al Centre Pompidou di Parigi, tra gli altri. Il suo lavoro è stato esposto in mostre come “The American Effect” al Whitney Museum di New York, all&#8217;8a Biennale Internazionale di Istanbul, mostre personali e collettive al FACT Liverpool, Serpentine Gallery London, Sprengel Museum Hannover, Museum Ludwig Colonia, ZKM Karlsruhe, Denver Art Museum, tra gli altri. E’ attualmente in residenza all’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo (Premio Roma 2023/24).</p>
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Roberto Pietrosanti &#8211; 1967, L’Aquila &#8211; vive a lavora a Roma dove si trasferisce alla fine degli anni Ottanta e da cui inizia la sua fitta attività espositiva in Italia e all’estero, tra cui Parigi, New York, Londra, Madrid. La sua ricerca pittorica monocromatica ragiona sulla de-costruzione dei concetti spaziali per volgere lo sguardo al complesso architettonico, realizzando opere monumentali, opere-ambiente ed installazioni site specific in mostre come “Monocromos. Da Malevic al presente” al Centro de Arte Contemporanea Reina Sofia, Madrid, “Confines” al Museo IVAM di Valencia, alla X edizione della Biennale di Architettura di Venezia, presso l’ Area Archeologica del Palatino/Foro Romano, al Museo dell’Ara Pacis di Roma, alla Triennale di Milano, al Castello di Rivara, alla sedi di Sorgenia a Milano, di SIDIEF a Roma e a Ravenna in collaborazione con la Compagnia del Progetto insieme agli architetti Franco Purini e Carlo Maria Sadich e alla direzione artistica del professor Francesco Moschini, A.A.M. ArchitetturaArte Moderna, Roma. Vince il concorso di idee per la risistemazione di P.zza Augusto Imperatore a Roma.  In parallelo affronta anche una serie di progetti per il teatro e la danza contemporanea. Recentemente il suo lavoro è stato esposto dalla Galleria La Nuova Pesa di Roma in mostre personali (“Non avere timore” in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia di Leonardo Aquilino, “Spinarium”, “Codici / GOYA”) e collettive.</p>
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Giovanni Lindo Ferretti &#8211; 1953, Cerreto Alpi &#8211; è un cantautore, scrittore, attore ed ex attivista italiano, noto soprattutto per essere stato cantante e paroliere nella band CCCP &#8211; Fedeli alla linea e nelle sue successive &#8220;incarnazioni&#8221; (CSI, PGR). È considerato uno dei padri del punk italiano. Negli anni successivi continua a portare in giro per l&#8217;italia diversi spettacoli teatrali e a realizzare album da solista, tra cui recentemente “SAGA &#8211; IL CANTO DEI CANTI”, “Bella gente d’Appennino, di madri e di famiglie”. Nel 2014 nasce la “Fondazione Giovanni Lindo Ferretti SAGA il canto dei monti” a Collagna, alta valle del Secchia, nell&#8217;Appennino reggiano. La Fondazione si propone come “luogo di formazione e sviluppo di una disciplina umanistica, fisica e mentale, storica e geografica, individuando in un teatro barbarico e montano, un teatro di uomini cavalli e montagne, la forma principe del proprio operare”.</p>
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Vettor Pisani nasce a Bari nel 1935. “Nato già famoso” nelle sue auto-biografie in cui realtà e finzione sono mescolate, sovrappone la sua identità a quella dell’omonimo ammiraglio italiano trecentesco, capitano generale della flotta veneziana, una delle molte altre generate dalla sua costante ricerca sul doppio. Giunge a Roma nel 1968 dove lavorerà per tutta la sua vita fino al 2011, “fondandovi un teatro e una scuola R.C.” (cit. autobiografia di Vettor Pisani). Nel 1970 tiene la sua prima personale alla Galleria La Salita e vince il premio Pino Pascali conferito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Seguono mostre personali alla Modern Art Agency, Napoli, Galleria Gian Enzo Sperone, Roma, Galleria L’Attico, Roma, Palazzo Taverna, Roma, Framart Studio, Napoli, Galleria Pio Monti, Roma, Galleria Mario Pieroni, Pescara, Galleria Salvatore Ala, New York, “R.C. Theatrum. Teatro di Artisti e Animali”, Museum Folkwang, Essen, “El pequeño Teatro de la Virgen”, Sala Parpallò, Valencia, “Il teatro di Cristallo”, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento, Castello di Rivoli. La sua opera è stata presentata in numerose mostre collettive e biennali in Italia e all’estero tra cui Documenta, Kassel (1972), La Biennale di Venezia (1978, 1984, 1986, 1990, 1993, 1995, 2007 “L’Isola Interiore. Isolamenti e Follia” &#8211; Eventi collaterali), Biennale di S.Paolo (1979), Biennale di Parigi (1971, 1973), “Arte Povera. 13 italienische Künster. Dokumentation und neue Werke&#8221;, Kunstverein, Munich, “Italian Art Now: An American perspective” e “Emerging Artist 1978-1986”, Guggenheim Museum, New York, “Images of the Unknown” MOMA PS1, New York, “Arte Italiana 1960-1982” alla Hayward Gallery, London, “Terrae Motus” al Grand Palais, Paris, Quadriennale di Roma (1973, 1986, 1992), “Arte e critica 1980”, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma,”Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970, Palazzo delle Esposizioni, Roma, “Avanguardia/Transavanguardia 68-77”, Mura Aureliane, Roma, “Open Mind Close Circuits”, Museum van Hedendaagse Kunst, Gand. Dal 1995 fino al 2006 nel paesaggio delle cave di travertino di Serre di Rapolano presso Siena è impegnato nel progetto “Virginia Art Theatrum (Museo della Catastrofe)”, in cui ambienta “R.C. Theatrum”, Teatro Rosa-Croce, nome conferito dall’artista alla figura di teatro ideale che ispira tutta la sua ricerca.  Negli ultimi anni seguono altre personali in collaborazione con la Fondazione Morra, Napoli, “Mimma e Vettor Pisani. L’angelo dell’Occidente”, “Vettor Pisani. Nostalgia. Volo di ritorno”, Torre di Guevara, Ischia, “Apocalypse Now”. Nel 2012 il Museo MACRO di Roma organizza il primo omaggio cui seguono varie personali, tra cui la grande retrospettiva “Eroica/Antieroica” al Museo MADRE di Napoli (2013-14) tenutasi successivamente al Teatro Margherita di Bari. E’ attualmente in corso la mostra retrospettiva “Vettor Pisani. L’enigma e il segreto” alla Fondazione Pino Pascali (Polignano a Mare, Bari). </p>
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		<title>Narrative Pieces</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/narrative-pieces/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2023 04:08:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Baldo Diodato, Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Daniel Lergon, Vettor Pisani, David Prytz, Sarah Ancelle Schönfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac &#160; &#160; La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Narrative Pieces”, una mostra che esplora le narrative degli artisti attraverso una selezione di opere che sono state lavori unici e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Baldo Diodato, Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Daniel Lergon, Vettor Pisani, David Prytz, Sarah Ancelle Schönfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac</p>
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<p>La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Narrative Pieces”, una mostra che esplora le narrative degli artisti attraverso una selezione di opere che sono state lavori unici e scritture nello spazio.</p>
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<p>La mostra continua il focus sulla documentazione dell’attività della galleria dopo le recenti presentazioni del libro “Work in process II 2021-2023” e della mostra “Spazio. Fotoreportage di Roberto Apa e Laura Gianetti nella Galleria Mario Iannelli”.</p>
<p><span id="more-4597"></span></p>
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<p>Nei suoi lavori quali “Tabula rasa”, “When the bridge ends, the satellite begins”, “Exocenter”, David Prytz imposta narrative che intrecciano le dinamiche del cosmo con quelle quotidiane in installazioni che assemblano materiali grezzi animati da movimenti cinetici, minerali fusi (“Dumb Alchemy”), disegni geometrici (“Literal Geometry”), lavori grafici (“I try to be precise”, “I try to be precise, again”) e fotografici in cui l’immagine è costituita da fotogrammi in movimento. Altri lavori esposti di Prytz si concentrano più direttamente sul linguaggio (l’opera audio “In a minute a thousand years”, l’opera video “Now, Diaspora” e il ciclo di disegni in cui le forme geometriche diventano i “Protagonists”).</p>
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<p>Le azioni e le tecnologie manipolate che Felix Kiessling ha presentato con la galleria, quali forare la terra in due punti opposti del globo (“Earth Piercing”), toccare un vulcano sottomarino con una corda e un peso (“Vavilov”), un pezzo di grafite legato alla lancetta di un orologio che continua a girare su un cartoncino (“Zeitzeichnung”), la luce della galleria che si illumina ogni volta che un fulmine cade sulla terra (“Schmetterling”), mettono di fronte a forze naturali e tecnologiche su cui non si ha il controllo. In questa vertigine viene sperimentata in tempo reale la dissoluzione dell’equilibrio cognitivo attraverso una de-costruzione che permette di percepire una più ampia connessione tra gli elementi e i fenomeni.</p>
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<p>L’opera multimediale di Paula Doepfner &#8211; esposta in galleria nelle mostre personali “Next Time I See You”, “Half my soul belongs to you”, “Took me way down to that red hot land” &#8211; comprende lavori testuali su carta, oggetti in vetro rinforzato, installazioni in vetro, ghiaccio e materiale organico, con l’aggiunta di performance sonore. I suoi disegni, realizzati con testi in miniatura scritti a mano su una carta giapponese sottile, si basano su disegni fatti durante l’osservazione di interventi chirurgici al cervello. I testi sono tratti dalla documentazione medica in tema di diritti umani e dalla ricerca neuro-scientifica e portano le tracce di fonti filosofiche e lirico-poetiche.</p>
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<p>I reperti archeologici del presente di Philip Topolovac creano modelli per la proiezione dei desideri che vanno oltre le ideologie. Nella ricerca del margine, sia esso nel cosmo che nella terra, rappresenta la vita interiore dei suoi soggetti, quali i “Satellites”, satelliti inutilizzati e dispersi come spazzatura spaziale, i “Bunker” in cui sono esposti reperti della vita quotidiana riaffiorati da un passato sepolto dalla guerra, i “Cork models”, modelli in sughero di rovine industriali in cui sono sorti techno-clubs, o di monumenti (“Braciere &#8211; Colosseo Quadrato”), i calchi in resina di luoghi anonimi (“Mapping”) o i calchi in gesso di satelliti e statue religiose (“Celestial Debris&#8221;).</p>
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<p>Le ricerche di Schirin Kretschmann e Baldo Diodato si rivolgono altrettanto ad un luogo come origine per una narrativa che della dimensione fisica e spaziale dell’opera che interagisce con il pubblico e della durata fanno la loro cifra stilistica.</p>
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<p>Nelle installazioni site-specific di Schirin Kretschmann in cui formati di grasso reagiscono sul muro (“Labor II”) fino al collezionare la pittura rimossa al loro termine (“Collecting loss”, “Labor/Wall”), sono osservabili i cambiamenti di stato dell’opera e attraverso essi i cambiamenti di un luogo.</p>
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<p>Sin dagli anni Settanta Baldo Diodato dà luogo a opere-performance che sono nate nei linguaggi d’avanguardia americani e si sono confrontate poi con numerosi altri luoghi calcati individualmente e collettivamente (tra cui 1974 “Sculture viventi”, Philadelphia, 2002 “Marcaurelio”, 2010 “Squares of Rome”, 2016 “You Are Here” 13 Piazze di Roma).</p>
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<p>La presenza dell’elemento narrativo nella pittura di Yorgos Stamkopoulos consiste nel tempo in quanto l’immagine è depositaria di tracce sedimentate e gestuali che definiscono il movimento interno del quadro o coinvolgono l’osservatore nello spazio come nell’installazione ambientale “Trajectory”. La frammentazione fenomenologica dei suoi quadri è intesa a dare rilievo all’esperienza del fruitore.</p>
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<p>I quadri di Daniel Lergon sono dei potenziali di visione, dei materiali e della luce e del segno nello spazio, nella stratificazione e nella interferenza tra le superfici (“Unter Grün&#8221;, “Lines and Grids”). In linea con la potenzialità di visione, i suoi primi lavori si sono confrontati con i fenomeni ottici del cosmo.</p>
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<p>Nelle sue narrative Sarah Ancelle Schönfeld mette in relazione dimensioni macro e micro biologiche in una science-fiction in cui emerge l’origine magica della scienza.<br />
La memoria è conservata in liquidi del corpo, di pulizia, droghe sintetiche, pelli di mucca, linguine di seppia, ciglia umane, farmaci, per tracciare una nuova cosmologia (“All you can feel”, “Universal Cleaner”, “Shamanistic Travel Equipment”, “Snake Dance”, “Linguine Oracle”, “Score of Wishes”, “ASS”). Il nuovo linguaggio è inoltre testato in laboratori aperti durante le mostre.</p>
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<p>Nella stessa prospettiva cosmologica dello sciamano secondo Sarah Ancelle Schönfeld sta quella dell’errante secondo Cyrill Lachauer. <br />
I suoi “narrative landscapes&#8221; invitano ad una differente lettura del paesaggio e del concetto di confine all’interno di una ricerca antropologico-estetica sulla crisi della società occidentale, in particolare quella americana osservata nei suoi estesi viaggi negli Stati Uniti (“Full service. From Walker River to Wounded Knee”, 2012-2014 e “The Adventures of a White Middle Class Man. From Black Hawk to Mother Leafy Anderson”, 2016/2017, esposti in “When you smell the smoke on your skin, the fire’s long gone”). Nei suoi recenti viaggi in America indaga sulla figura dell’errante inteso come un’ideale di resistenza ed uno stato che rende possibile narrative al di fuori delle tradizionali forme di fare mondo.<br />
Il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, letteratura ed opere sonore in collaborazione con musicisti.</p>
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<p>Nel teatro filosofico di Vettor Pisani viene de-costruito il linguaggio attraverso un’alchimia dell’immagine o della performance in cui sacro e profano si incontrano nel racconto della tragedia dell’Io e della Storia della società occidentale.<br />
La sua tipica narrazione che respira insieme l’eternità e l’esilio, la follia ed il gioco umoristico, è presente anche nelle sue opere letterarie (“Edipo Borderline”, “German Love Sinfonietta&#8221;, &#8220;L’ano lunare di Lou Salomé”) e nelle sue biografie in cui era solito sovrapporre realtà e finzione.<br />
Nel “Vero Falso d’Autore”, che consiste nell’appropriazione &#8211; interpretazione dell’opera di altri artisti nella propria narrativa, risiede la cifra autentica del lavoro di Vettor Pisani sin dagli esordi negli anni Settanta nella sua prima mostra in cui ha dato un’interpretazione al lavoro esoterico di Marcel Duchamp.</p>
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<p>Entrando nella galleria l’opera luminosa di Kiessling impegna lo spazio intessendo una relazione tra il mondo esterno e la mostra a partire dalle opere di Prytz e Kretschmann.<br />
La sua opera “Schmetterling (Biest)” connessa in tempo reale ad eventi di fulmini globali si fonde idealmente attraverso l’opera “Glass Work” di Kretschmann nella foto-incisione di Prytz. Quest’ultima sembra riprodurre l’effetto sfarfallante della luce e specchia inoltre la processualità dell’opera dell’altra perché consiste in una heliogravure di un frammento di una fotografia realizzata tramite lo scorrimento di un intero rullino fotografico in una singola immagine, lo stesso procedimento di Kiessling che fa convergere “l’effetto farfalla” in un punto.</p>
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<p>La lastra di vetro di Kretschmann, come una pagina bianca da cui parte la narrazione della mostra, riflette lo spazio della galleria e una storia in essa accaduta, introducendo alla risonanza delle opere fra loro.<br />
Ne sono complemento nella seconda sala il formato scritto, riempito di lettere minutissime su carta trasparente sottile nell’opera “But where are you tonight, sweet Mary II” di Doepfner e con esso le narrative delle opere che attivano attraverso una sorta di alchimia dei materiali o dei concetti un’esperienza del passato in forme nuove nel presente: un’ideologia oltrepassata nell’opera “Braciere- Colosseo Quadrato” di Topolovac, il calco in bronzo del “calco della Storia” di Baldo Diodato, le costellazioni di aspirina fuoriuscite da buchi neri nell’opera fotografica di Schönfeld, la pittura fenomenologica sia di Lergon che di Stamkopoulos, il paesaggio velato da un fumogeno nella fotografia di Lachauer, tra cui chiude la “Pietra Filosofale” di Vettor Pisani, sospesa nello spazio, verso cui ritornano tutte le opere in un cerchio ideale, per l’essenzialità del processo e dell’autorialità e per la connotazione concettuale e filosofica delle loro ricerche tesa a interrogare il presente.</p>
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<p>La narrazione è un dialogo dell’opera e del pensiero dell’artista con l’ambiente, che innesca un’osmosi fra la vita e l’arte e delle dimensioni da loro cercate.<br />
La particolare caratteristica di questa arte concettuale e narrativa è identificare l’oggetto nel processo superando la tradizionale dicotomia di questo con il soggetto.<br />
L’artista e lo spettatore sono coinvolti nella stessa posizione, a cui spetta la singolare interpretazione.</p>
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<p>Nell’arte concettuale che parte dagli anni Sessanta e Settanta, pratiche di sperimentazione con la parola scritta hanno dato vita a performance del corpo secondo la proporzione parola : pagina = azione : realtà (Mario Diacono, “Vito Acconci. Dal testo-azione al corpo come testo”, 1975).<br />
Nel percorso tracciato dalle opere esposte, questo passaggio si trova nell’opera di Baldo Diodato, nell’idea che potesse essere percorribile ed abitabile (“Cubi Scomponibili”, 1967) e realizzata dal pubblico che cammina nello “spazio-tempo” dell’opera (“Sculture viventi”, 1974). <br />
Nello stesso tempo, in Italia negli anni Settanta l’arte concettuale si carica di una temperie critica e profetica con artisti quali Vettor Pisani e Gino De Dominicis (“Lo Scorrevole” di Vettor Pisani, “Gino De Dominicis vi guarda”, Documenta Kassel 1972).<br />
Oggi, le ricerche concettuali contemporanee esposte in mostra, nel loro essere inter e multi disciplinari, sviluppano l’elemento narrativo attraverso una relazione più integrata tra linguaggio, media e contesti che possa veicolare nella società temi complessi. <br />
Entrando in contatto con altri linguaggi &#8211; fra questi quello della scienza, dell’antropologia, dell’archeologia e della filosofia &#8211; l’arte coinvolge l’intera esistenza umana ed il suo significato in una visione relazionale.</p>
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<p>In conclusione, la narrazione complessiva della mostra intende quindi mettere in luce un ripetersi continuo di nuove forme di linguaggio nella società che ridefiniscono confini di rappresentatività per mezzo di operazioni concettuali che forgiano sia il soggetto che il mondo.</p>
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		<title>Max Renkel: Score, Form, Two Heads / Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Daniel Lergon, David Prytz, Max Renkel, Sarah Ancelle Schoenfeld</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/max-renkel-score-form-two-heads/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 09:03:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mario Iannelli ha il piacere di presentare una mostra di Max Renkel dal titolo “Score, Form, Two Heads” dal 10 novembre al 31 dicembre 2020. Il titolo della mostra è un gioco linguistico che, nonostante sembri apparentemente avere un senso compiuto, è ottenuto invece mediante l’accostamento di termini provenienti da contesti diversi. Con la narrativa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mario Iannelli ha il piacere di presentare una mostra di Max Renkel dal titolo “Score, Form, Two Heads” dal 10 novembre al 31 dicembre 2020.</p>
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<p>Il titolo della mostra è un gioco linguistico che, nonostante sembri apparentemente avere un senso compiuto, è ottenuto invece mediante l’accostamento di termini provenienti da contesti diversi. <br />
Con la narrativa tipica del cut-up, Renkel presenta un gruppo di tre opere: “Score” che consiste in una composizione di frammenti di rami inseriti in una cornice vuota, “Form” ovvero il dipinto di una forma astratta e “Two Heads”, due sculture dalle fattezze primitive.<br />
“Score, Form, Two Heads” rimanda quindi ad un significato logico che va oltre la comprensibilità letterale, aspirando a sottolinearne principalmente il processo creativo.<br />
Una mappa concettuale che, partendo da un diagramma, passa attraverso un’immagine e termina nel volume.</p>
<p>Ciò che ne emerge è sia la centralità del processo percettivo sia quella metodologica dell’opera d’arte.</p>
<p>In quest’ottica si inquadra la scelta di includere un insieme di opere di artisti con cui la galleria collabora, condividendone così una prossimità d’indagine e con lo scopo di estendere la riflessione attraverso ulteriori connessioni.</p>
<p>Fa parte della mostra un&#8217;edizione con testi di Max Renkel e Giuseppe Garrera.</p>
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Max Renkel (1966, Monaco, Germania) vive e lavora a Roma.<br />
Mostre (selezione): Galleria Ugo Ferranti, Roma: 2002, 2003, 2006, 2007; Galleria Lorcan O&#8217;Neill, Roma: 2004, 2007, 2012; Galerie Thomas Flor, Düsseldorf: 2005; Schirmer/Mosel Showroom, Monaco: 2009, 2010, 2012, 2017; Una Vetrina, Roma: 2014, 2015, 2016, 2017, 2019; Marco Gietmann, Berlin: 2014, 2019.</p>
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		<title>resonance: Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, David Prytz, Sarah Ancelle Schoenfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/resonance/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 05:37:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare un progetto speciale dal titolo “resonance” in cui sarà possibile ripercorrere un&#8217;eco dei suoi cinque anni che riverbera nell’allestimento senza soluzione di continuità tra le nuove opere di Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare un progetto speciale dal titolo “resonance” in cui sarà possibile ripercorrere un&#8217;eco dei suoi cinque anni che riverbera nell’allestimento senza soluzione di continuità tra le nuove opere di Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, David Prytz, Sarah Ancelle Schoenfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac.</p>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/resonance/">resonance: Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, David Prytz, Sarah Ancelle Schoenfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.marioiannelli.it/it/">GALLERIA MARIO IANNELLI</a>.</p>
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		<title>Cyrill Lachauer: When you smell the smoke on your skin, the fire&#8217;s long gone</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/cyrill-lachauer/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 06:32:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare la prima mostra di Cyrill Lachauer nella galleria dal 7 Febbraio al 12 Aprile 2019. &#160; L’insieme delle opere in mostra unisce in un inedito display le immagini con cui l’artista dal 2012 ad oggi ha definito la sua idea di “narrative landscapes”. I due cicli di lavoro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare la prima mostra di Cyrill Lachauer nella galleria dal 7 Febbraio al 12 Aprile 2019.</p>
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<p>L’insieme delle opere in mostra unisce in un inedito display le immagini con cui l’artista dal 2012 ad oggi ha definito la sua idea di “narrative landscapes”. I due cicli di lavoro sono stati realizzati durante lo stesso periodo mentre ha usato anche fumogeni per creare paesaggi.</p>
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