La Possibilità di un’Isola: Laura Gianetti, Matteo Peretti, Vettor Pisani, Sebastian Stumpf, Philip Topolovac
Inaugurazione 30.01 ore 18
Dal 30 gennaio al 21 marzo 2026, la Galleria Mario Iannelli presenta la mostra collettiva “La Possibilità di un’Isola” che indaga il tema dell’isola come spazio simbolico e luogo di proiezione utopica.
Il titolo trae ispirazione dal romanzo di Michel Houellebecq La possibilità di un’isola (2005), che, come il progetto espositivo, propone un’analisi della realtà contemporanea intesa come un’archeologia del presente.
La mostra prende avvio dal lavoro di Vettor Pisani, per il quale l’isola è simbolo costante di un eterno ritorno e di una continua alternanza tra catastrofe e rinascita, isolamento e apertura, memoria e desiderio.
Nelle opere di Laura Gianetti, l’isola si configura come corpo e paesaggio, assumendo la forma di un allarme ecologico e di una possibilità di arresto. Fotografia e scultura restituiscono istantanee dall’abisso, in cui l’emersione e la sommersione dell’isola come orizzonte utopico apre alla consapevolezza nel presente.
Matteo Peretti affronta il tema dell’isola come proliferazione e rovina del linguaggio contemporaneo. Agglomerati di oggetti e materiali di consumo diventano microcosmi tra accumulo e catastrofe culturale e produttiva.
Le opere di Philip Topolovac lavorano sulla proiezione mentale verso luoghi reali, immaginati o perduti. Sculture e installazioni evocano utopie individuali e collettive sedimentate come reperti archeologici, sospesi tra memoria, desiderio, fino alla dissoluzione.
Infine, Sebastian Stumpf esplora l’isola come esperienza fisica e performativa. Attraverso azioni documentate in fotografie e video, il suo lavoro interroga i confini instabili del paesaggio e del corpo immaginando nuove possibilità di percezione.
Il viaggio verso l’isola parte da Vettor Pisani che ha visto in essa una proiezione interiore ed un doppio in cui si alternano catastrofe e rinascita, isolamento e apertura, memoria e desiderio.
Nei suoi lavori è più volte presente l’“Isola di Arnold Böcklin”, che ritorna come luogo simbolico nel Virginia Art Theatrum - Museo della Catastrofe di Serre di Rapolano (Siena), sua Casa Filosofica, e nell’isole di Capri e soprattutto di Ischia dove ha passato diversi periodi della sua vita.
Nei suoi disegni è ripetuta l’immagine che lega il profilo dell’isola a quello della fronte della figura che la guarda, mentre nei collage digitali in PVC diverse figure sacre e profane (da Edipo e la Sfinge ad Umberto Bossi) si stagliano centralmente come fantasmi, profezie e meme su un palcoscenico.
La sua intera opera, auto-definita R.C. Theatrum - Teatro Rosa-Croce, teatro della psiche in cui dottrine esoteriche sono citate per uscire dalla storia tragica dell’ego, di Edipo e dell’Occidente, proietta nell’isola un eterno ritorno di catastrofe e verginità.
Nelle due opere in mostra “La Sposa di Vettor Pisani” e “La fidanzata di Gino Vampirelli”, la ripetizione ed il doppio concettuale di “eros e thanathos” sono rappresentati nell’immagine alchemica della Musa con un teschio ed uno scheletro, inserita sullo sfondo dell’isola di Böcklin.
Una parallela visione di figura e isola in un lavoro fotografico è presente nell’opera “Pantalassa” di Laura Gianetti, che fa parte della serie “Orogenesi” (2008).
Qui, sempre una figura femminile è l’isola stessa che guarda verso l’alto, con la bocca aperta per accogliere una goccia d’acqua che cade dall’alto.
L’immagine evoca scenari di siccità introducendo un allarme ed un’ecologia della mente.
Il profilo raffigurato trae ispirazione dalla Gorgona, l’ultima isola-carcere d’Europa, parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Questa particolare realtà, di ambiente naturale protetto e modello rieducativo e sociale dei detenuti, è posta in confronto con l’impossibilità di un ecosistema sofferente.
La scultura “I swear this is the last time” (“Prometto che è l’ultima volta”) si presenta come un parallelepipedo in resina che custodisce il calco di una mano in gesso e muschio stabilizzato. Le dimensioni intime dell’opera richiamano il gesto del giuramento, trasformandolo in un atto silenzioso e solenne. La mano, strumento del fare e del costruire, diventa qui il luogo di una responsabilità storica. Attraverso essa, infatti, l’uomo ha modellato il mondo, ma lo ha anche sfruttato e consumato.
Il titolo evoca una promessa fragile, reiterata, forse già disattesa. Il muschio, elemento vivo ma stabilizzato, introduce una natura privata del suo ciclo vitale, ridotta a reliquia, che sopravvive come traccia di un equilibrio perduto, mentre la resina ne cristallizza ulteriormente la condizione di stasi. La scultura assume così la forma di un’isola sommersa, separata dal tempo e dal mondo. Se in Pantalassa l’isola emerge come segno di siccità e mancanza, qui l’inabissamento diventa metafora di arresto. L’unica possibilità di sopravvivenza risiede nel fermare la mano. Il giuramento resta aperto, affidato allo sguardo e alla responsabilità dello spettatore.
Come nell’opera di Vettor Pisani, anche in quella di Matteo Peretti, la verginità è il contraltare della catastrofe. Nella prima è incarnata dalla Musa, nella doppia versione di Vergine e Prostituta, mentre nella seconda nell’innocenza e nell’ironia, agenti detonatori dell’opera.
Le sue opere composte da agglomerati di giocattoli sono isole dell’infanzia e nello stesso tempo catastrofi del consumismo, della tecnica e del linguaggio.
La medesima sintesi radicale di queste opere si trova in quelle installative e performative che hanno un forte carattere di comunicazione e di riflessione.
Di queste, un’installazione con cassette di bottiglie di vetro ed un anfora viene ri-esposta in una versione modellata sullo spazio, differente rispetto all’originale del 2018, in cui le cassette formavano un’isola.
Mentre quest’opera punta i riflettori sulle isole del consumismo, onnipresenti ed invasive nello spazio della galleria come nella realtà, attraverso un paragone tra il fabbisogno individuale di acqua tra passato e presente, la seconda opera in mostra sviluppa la serie di lavori realizzati con materiali plastici quali buste, bottiglie di plastica e PET, rappresentando le isole di rifiuti che occupano ormai il mare come i continenti.
La proiezione visiva e mentale verso un luogo caratterizza le opere di Philip Topolovac, sia esso un posto sconosciuto, come ad esempio un satellite dismesso disperso nello spazio, un luogo della memoria come il Colosseo Quadrato nell’opera “Braciere”, o un luogo immaginato come gli “Aggregati” di tecnologia, isole misteriose poste negli angoli tra muri e soffitti.
La mostra presenta un’evoluzione della celebre opera di Topolovac “I’ve never been to Berghain”, in cui il famoso techno-club di Berlino viene immaginato come un modellino in sughero simile ad un reperto archeologico del passato visto dal futuro, in quanto riproducente la tradizione barocca di riprodurre monumenti iconici come preziosi souvenir in sughero.
L’interpretazione del titolo allude al fatto di non esserci mai stato e alla proiezione di un desiderio, perciò ad un luogo utopico e ad una utopia che è esistita nella mutazione di un luogo di produzione industriale in un techno-club.
L’opera “and the music played on” diversi modellini in cera del Berghain sono squagliati uno sull’altro a rappresentare altrettante memorie e utopie individuali svanite.
Come tensione verso un luogo o verso l’infinito, l’isola è un motivo che ritorna fortemente anche nell’opera di Sebastian Stumpf.
In particolare, nel primo lavoro esposto “Iles san nom” (2022) ha percorso in kayak la zona costiera del Mar Atlantico settentrionale in Bretagna (Francia), fotografando lembi e scogli che non possono avere un nome per la loro dimensione ridotta ed per il loro stato mutevole a seconda del livello del mare. Parte dell’esposizione è costituita dalla mappa del percorso esplorato.
Nella sua performance site-specific sui resti del Ponte Neroniano sul fiume Tevere di Roma (2024) vi si erge verticalmente capovolto poggiando su una mano. In mostra sono esposte le due fotografie dell’opera “Tevere” che colgono momenti differenti del livello del fiume, nei suoi aspetti di isola e di rovina.
Con le sue azioni individuali ed isolate, che appaiono estreme e sovversive, Sebastian Stumpf ribalta concezioni predefinite sugli spazi, che spesso proietta negli stessi luoghi performati, per rendere sensibile una nuova esperienza possibile.