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Philip Topolovac: für immer

29.09.16 — 13.12.16

Testo di Giuliana Altea

 

Con il progetto “für immer” (per sempre), Philip Topolovac ci guida lungo un cammino di disastro e ricostruzione, di perdita e recupero.

 

La mostra si apre con un edificio in fiamme: un piccolo modello del Palazzo della Civiltà Italiana di Guerrini, Lapadula e Romano (1936-1943), monumento simbolo del quartiere mussoliniano dell’EUR e in seguito, a guerra finita, delle fallite aspirazioni di grandezza del regime fascista.

Il palazzo brucia, avvolto di fumo, richiamando ai nostri occhi non solo il crollo della dittatura ma anche la crisi delle certezze ideologiche del modernismo. Solo che non si tratta di un palazzo, né di una vera e propria maquette architettonica, bensì di un braciere in ferro che contiene il fuoco ma non ne viene consumato. Insieme modello di monumento e oggetto domestico, questo curioso barbecue imperiale e fascista unisce alla qualità drammatica un certo senso di humour. L’immagine del Palazzo della Civiltà Italiana, icona della Roma moderna e al tempo stesso evocativo della Roma antica (tramite l’analogia formale con l’architettura classica che lo ha reso popolarmente noto col nome di “Colosseo quadrato”), introduce un’oscillazione tra passato e presente che caratterizza tutto il percorso della mostra. La scultura mette in scena la perdita di un oggetto architettonico che appare a sua volta come testimonianza di una perdita, gesto di richiamo verso un passato classico ormai inattingibile.

Gli oggetti-testimoni di una perdita sono per eccellenza le rovine. Documenti del naufragio del passato ma anche presagio di catastrofi future - complice il senso di tragedia creato oggi da tracollo ambientale, guerra in atto o incombente e crisi economica -, le rovine sono punti in cui si attua il corto circuito tra passato e presente che, Benjamin e Agamben insegnano, è proprio della contemporaneità. Un cumulo di rovine accoglie il visitatore nella prima stanza della galleria: sono frammenti di due calchi in gesso, il primo tratto da un’anonima statua barocca di un santo o angelo, il secondo dalla replica di un satellite obsoleto, una delle sculture che Topolovac - affascinato dal destino di queste macchine che, esaurita la propria funzione, continuano a vagare nell’atmosfera come una sorta di “spazzatura spaziale” - ha dedicato al tema (si tratta del bronzo Envisat, 2014-2015). Due oggetti celesti, uno antico, l’altro moderno, convivono sul pavimento della galleria come detriti che lo spettatore è costretto a calpestare. I rispettivi originali - il santo in legno dipinto e la scultura del satellite - si incontrano nella sala successiva, esposti in una teca insieme ad altri materiali. Molti di questi (un pezzo di vetro fuso, un vecchio elmetto, altri frammenti più piccoli) sono frutto delle esplorazioni che Philip Topolovac, risiedendo a Berlino, ha condotto nei siti bombardati di questa città popolata di rovine non solo degli anni del nazismo ma anche della guerra fredda. Simili a pezzi archeologici, non valgono tanto come reperti di archivio, strumenti di una registrazione storica del passato, quanto come chiavi di accesso a una realtà trascorsa da rivivere emotivamente. L’emozione è però sempre controbilanciata da una sfumatura di umorismo, qui discretamente segnalata dal naso rotto di una testa in gesso, posato nella teca accanto a un libro sulla ritrattistica romana. Il naso proviene da un autoritratto eseguito alla maniera delle statue imperiali; un lavoro che Topolovac ha abbandonato dopo essersi accorto che un altro artista aveva contemporaneamente avuto la stessa idea, e che ha ironicamente recuperato in modo indiretto. La sineddoche costituita dal naso di gesso chiama in causa la persona dell’autore, esso stesso partecipe del movimento tra antico e moderno, assenza e presenza, scomparsa e restituzione che è al centro del progetto.

Un’altra figura di perdita e restituzione è il calco, reliquia di una presenza che ci è stata sottratta ma di cui rimane la traccia. Topolovac utilizza la tecnica del calco in una serie di rilievi in resina che riproducono la conformazione di pezzi di terreno, presentati come elementi modulari collocati entro una griglia metallica. La scultura, il cui modulo è dato dalla misura del piede romano (29,63 cm), suggerisce ancora una volta l’identificazione di diversi livelli temporali; lo schema modernista della griglia viene a coincidere con l’impianto a scacchiera trasmesso dalla polis greca al castrum romano. La superficie del rilievo, per quanto disciplinata e come “mappata” dalla griglia, conserva una qualità indefinita e vagamente misteriosa (che terreno è? da dove proviene? perché è qui?), così come misterioso è il buco in una delle pareti della galleria, un altro elemento ricorrente nell’opera di Topolovac, solito a fare affiorare le sue sculture da crepe e fori che sembrano alludere a una dimensione nascosta e inconoscibile dell’architettura. Il buco è enigmatico ma anche buffo, una sorta di tana scavata nell’ambiente domestico, nella quale non sappiamo cosa possa annidarsi.

Topolovac ci prospetta la possibilità del pathos e della nostalgia così frequentemente associati nell’arte contemporanea ai temi da lui trattati (il calco, la rovina, la reliquia, la catastrofe), soltanto per ritirarla subito dopo con l’ombra di un sorriso. In questo senso funziona anche il video che chiude la mostra così com’era cominciata,con l’immagine di un disastro che non è veramente tale: un modellino del Titanic posato su trespoli appare per pochi secondi, esplode davanti ai nostri occhi e riappare in loop. Un ciclo continuo di distruzione e ricostruzione che non sappiamo se confermi o smentisca l’assicurazione di stabilità e durata consegnataci dal titolo del progetto. Per sempre?

 

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