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	<title>Paula Doepfner Archives &mdash; GALLERIA MARIO IANNELLI</title>
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		<title>IN PROCESS: Paula Doepfner, Pietro Fortuna, Laura Gianetti, Cyrill Lachauer, Hanne Lippard, Roberto Pietrosanti, David Prytz, Yorgos Stamkopoulos, Sebastian Stumpf</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/work-in-process-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 05:34:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli è lieta di annunciare la partecipazione al programma di Contemporanea &#8211; Gallery Weekend di Roma, dal 9 all’11 Maggio 2025, durante il quale sarà visibile la mostra collettiva “In Process” che espone nuovi lavori di Paula Doepfner, Pietro Fortuna, Laura Gianetti, Cyrill Lachauer, Hanne Lippard, Roberto Pietrosanti, David Prytz, Yorgos Stamkopoulos [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli è lieta di annunciare la partecipazione al programma di Contemporanea &#8211; Gallery Weekend di Roma, dal 9 all’11 Maggio 2025, durante il quale sarà visibile la mostra collettiva “In Process” che espone nuovi lavori di Paula Doepfner, Pietro Fortuna, Laura Gianetti, Cyrill Lachauer, Hanne Lippard, Roberto Pietrosanti, David Prytz, Yorgos Stamkopoulos e Sebastian Stumpf.</p>
<p>
Il ciclo “Work in Process”, inteso sia come &#8216;lavoro in corso&#8217; che come &#8216;opera concettuale processuale&#8217;, documenta l’attività ed il focus della galleria, dando il titolo alla pubblicazione che ne traccia l’evoluzione.<br />
Precedenti pubblicazioni sono state “Work in process”, CURA. books, 2021 e “Work in process II”, 2023.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel contesto del progetto espositivo “In Process”, il processo emerge come elemento generativo, esplorando il significato delle opere e le loro interazioni.<br />
Precedenti mostre sono state: “In Process: Paula Doepfner / Daniel Lergon” (2021) e “In Process: Felix Kiessling, Philip Topolovac, Sarah Ancelle Schönfeld. An exhibition in three parts” (2022).</p>
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Le interazioni tra le opere si incontrano su temi e media quali la realtà e l’astrazione, la scultura e il movimento, la fotografia e la filosofia, la natura e la tecnica, la performance e la scrittura, l’astrazione pittorica e geometrica, la verticalità e il flusso.</p>
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<p><span id="more-5436"></span></p>
<p>Stanislao Di Giugno<br />
Nella sua ricerca pittorica, Stanislao Di Giugno si confronta con la pittura nello spazio attraverso opere site-specific che consistono in barre metalliche dipinte.<br />
Nel suo processo di lavoro, le opere sono spesso fasi temporali che costituiscono un’insieme che emergono sovrapponendosi in un “glitch” astratto e materiale. Tale approccio è sperimentato anche con altri media, quali il collage e la manipolazioni di oggetti.<br />
In mostra è esposta una barra di alluminio dipinta con una sfumatura, elemento stilistico costante, che in questo contesto pittorico-oggettuale ha l’effetto di una luce al neon, mentre nelle opere su tela è protagonista di varie configurazioni spaziali e luminose.</p>
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<p>Paula Doepfner</p>
<p>Il lavoro di Paula Doepfner comprende disegni, performance e oggetti in vetro, ghiaccio e materia organica. Il contenuto del suo lavoro è tratto da testi letterari e documenti relativi alle violazioni dei diritti umani e all&#8217;Olocausto. I suoi disegni consistono in minuscole scritture su carta trasparente; scrive linee di testo in lettere minuscole (ø = 1 mm) per formare immagini testuali. I disegni si basano su schizzi realizzati durante l&#8217;osservazione di autopsie e interventi chirurgici al cervello presso l&#8217;ospedale universitario Charité di Berlino. Le stringhe di testo nei suoi disegni sono tratte dal Protocollo di Istanbul, un manuale delle Nazioni Unite sull&#8217;indagine e la documentazione della tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti, e da materiale documentario sui bambini di Auschwitz. L&#8217;artista combina questi testi documentari con opere letterarie di Anne Carson, Paul Celan e Robert Musil.<br />
Attualmente sono in mostra “Where Have You Been So Long, I” (2025, vetro incrinato, acquerello, pigmento) e un disegno testuale su carta (“There&#8217;s a long-distance train rolling through the rain”. Titolo tratto da: Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat) di Bob Dylan; testo: Paul Celan “Engführung” (“Stretto”), 2025, inchiostro su carta gampi).</p>
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<p>Pietro Fortuna<br />
La filosofia del processo pertiene alla ricerca di Pietro Fortuna in quanto la sua opera porta in essere un evento. <br />
Nell’opera in mostra “Scultura con due biglie” (2024), un blocco d’argilla ospita due biglie in cavità ricavate appositamente. Nella scultura classica l’opera è dentro il blocco d’argilla che lo scultore porta in essere plasmando, mentre quella di Fortuna presenta l’argilla grezza indurita che è lavorata per rotture similmente ad una pietra, apparendovi inoltre anche d’aspetto. <br />
Il blocco d’argilla non è solo il punto di partenza, ma parte integrante del processo, e la scultura emerge da un’azione che include non solo la creazione ma anche una sorta di rottura, che rimanda a un atto di scoprire o rivelare. Le biglie incastonate nelle cavità sembrano simboleggiare degli &#8220;eventi&#8221; o momenti di realtà, come se l’opera fosse una sorta di testimonianza della realtà stessa, nella sua essenza e nel suo divenire, che si manifesta nel continuo interagire con il mondo e con il materiale stesso.<br />
D’altra parte, il suo processo di lavoro, visibile nella seconda opera in mostra, procede in alcune opere fotografiche per sovrapposizioni spazio-temporali che integrano diversi suoi lavori e disegni.</p>
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<p>Laura Gianetti <br />
La ricerca di Laura Gianetti che si fonda sullo studio della natura e sulla biologia affronta in queste opere temi quali la crisi climatica e il re-wilding, indagando sugli effetti distruttivi dell’azione umana e sulle possibilità rigenerative dei sistemi ecologici. <br />
Nel suo nuovo ciclo di sculture, calchi in resina di solidi platonici sono assemblati a materiali organici. <br />
Le forme perfette, simboli degli elementi della terra, ritornano non come modelli astratti, ma come ricettacoli del mondo sensibile: corpi trasparenti che trattengono al loro interno frammenti di natura ferita, nidi di creature alate, legni arsi dal fuoco, foglie d’oro che tentano una guarigione.<br />
Ogni solido si fa piccolo cosmo, contenitore di relazioni invisibili tra l’idea e la materia, tra forma e disordine, tra l’essere umano e ciò che vive oltre di lui. <br />
Parallelamente in un’altra serie, calchi in gesso del corpo umano sono dipinti e coperti da muschi e sono contenuti in teche di resina e di vetro che assomigliano a reliquie.</p>
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<p>Cyrill Lachauer<br />
Nell’opera fotografica e filmica di Cyrill Lachauer, rappresentata nella sua “trilogia americana”, le immagini hanno una sequenza narrativa non lineare in cui la singola immagine appare come una traccia. In alcune opere concettuali non narrative e non documentative, utilizza lo spettro cromatico e la tecnica della serigrafia.<br />
La nuova opera in mostra consiste in un’elaborazione fotografica creata da una serie di sette opere serigrafiche che hanno come soggetto immagini di cime di ghiacciai prese da libri, su cui sono posti in verticale sette punti di differenti colori dello spettro come se fossero i “chakra”.<br />
In queste opere, lo spettro cromatico visualizza una cura che consiste nella presa di coscienza di una condizione che sta per svanire da una parte e nell’instaurazione di un rapporto interconnesso con la natura dall’altra.<br />
Di prossima uscita in autunno, “Slack”, terzo capitolo della sua opera realizzata negli Stati Uniti, un lungometraggio realizzato sui treni merci il cui genere oscilla tra documentario artistico e film d’essai, lungometraggio e film sperimentale.</p>
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<p>Hanne Lippard <br />
Partendo dalla scrittura, Hanne Lippard esprime la sua ricerca artistica basata sul linguaggio attraverso diversi media quali l’installazione sonora e visuale, la performance vocale e la poesia visiva. <br />
Il media della scrittura evolve in spazi di ascolto e di transito, sviluppando inedite dinamiche comunicative, critiche e narrative.<br />
La sua pratica di destrutturazione e riattivazione del linguaggio orale e scritto ridisegna parallelamente i contorni di quello privato e pubblico.<br />
Sulla scorta di lunga tradizione che va dai calembours di Duchamp alla poesia concreta, Lippard compone testi usando frammenti della vita quotidiana, presi da libri o dai media, con una scrittura che sfida il linguaggio della tecnica. <br />
La nuova opera in mostra consiste in una stampa per un tatuaggio temporaneo delle frasi “a sign, a meaning / assign meaning” tratto dalla composizione “sky” in cui è ripetuto in loop. Il lavoro è concepito per essere tatuato sugli avambracci, una frase su ognuno. La sentenza scelta riflette la natura concettuale e processuale dell’opera, l’interazione tra il significato e il significante e tra il materiale e l’immateriale.</p>
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<p>Roberto Pietrosanti<br />
La ricerca di Pietrosanti è interessata alla potenzialità della materia in atto. <br />
Nelle serie “Codici” in mostra, immagini prospettiche di quadri della storia dell’arte sono trasformate in opere realizzate con fili di cotone tesi orizzontalmente sul telaio. <br />
Sia l’immagine che la tela, piano di raffigurazione dell’immagine rinascimentale, sono de-costruiti attraverso la scomposizione del colore e l’azzeramento della forma. <br />
La relatività del supporto tela viene accentuato dalla sottile consistenza del filo e l’immagine acquisisce un carattere fluttuante. <br />
In altre sue opere bidimensionali il filo passa attraverso spilli disegnando figure che trovano una loro profondità nello spazio bianco solo attraverso le connessioni fra i suoi punti. <br />
Nel progetto “Non avere timore” (Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia Leonardo Aquilino”, 2014) ha realizzato opere con filo e spilli inseriti per rappresentare l’anatomia di una voce. <br />
Nella dimensione aggettante delle opere bidimensionali (“Superfici”) e in quella scultorea (“Sfere”) le sue opere presentano una compresenza di piani che come quanti di materia attraversano lo spazio e costruiscono l’immagine plastica monocroma.<br />
Alla de-costruzione corrisponde un proporzionale lavoro costruttivo che assume una complessità sempre più elevata nei lavori ambientali.</p>
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<p>David Prytz<br />
David Prytz ha recentemente presentato con Felix Kiessling la mostra “T I M E” che ha celebrato i dieci anni della galleria con un’installazione che attraverso il suono e la luce ha rappresentato un tempo cosmologico. <br />
Nei suoi lavori quali “Tabula rasa”, “When the bridge ends, the satellite begins”, “Exocenter”, David Prytz realizza sculture ed ambienti che intrecciano le dinamiche del cosmo con quelle quotidiane assemblando materiali grezzi animati da movimenti cinetici, minerali fusi (“Dumb Alchemy”) e disegni geometrici (“Literal Geometry”).<br />
L’opera in mostra fa parte di una serie realizzate con diversi materiali e tecniche quali plexiglass fusi, barre di metallo piegate, garze, foglie, tubi di plastica, pigmenti, pezzi di pietre e di legni assemblati per creare delle forme organiche in trasformazione, che sono sospese per evidenziare il loro funzionamento, potenzialmente mosse dall’aria, quando non sono animate da motori come negli ambienti.</p>
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<p>Yorgos Stamkopoulos<br />
Nelle sue recenti opere su carta, Yorgos Stamkopoulos aggiunge in maniera centrale il colore al gesto, caratterizzante una sua precedente fase di ricerca pittorica su carta, coeva al progetto Trajectory realizzato in galleria nel 2017. Sia il colore che il gesto si relazionano in maniera dinamica alla percezione dell’osservatore. <br />
Questo incontro e quasi nascita dell’opera avviene grazie a diversi elementi, quali la sovrapposizione di piani verticali e orizzontali, nelle loro congiunzioni e negli attraversamenti, nei grovigli e nei segni isolati luminosi, nei processi materici di diluizione e di sfumatura cromatica, nel segno graffiante e nello stesso tempo leggero e fluente, nei contrappunti pittorici e nei rimbalzi del colore nello spazio. Diversi sono ad esempio i registri pittorici di un punto: l’impronta, la goccia, l’ombra, la macchia, il caso. L’insieme che sembra sfaldarsi si offre allo sguardo in maniera diretta e spregiudicata.<br />
Lo spazio astratto così individuato è composto da spazi lasciati bianchi, che nella ricerca dell’artista si strutturano come strappi, eredi di una tradizione informale, diventati progressivamente delle tracce vive, relazioni polimorfe all’interno dello spazio che esprimono le possibilità del vedere tra i processi nel flusso totale. <br />
Questi lavori su carta sono stati concepiti come “preparativi” per opere pittoriche su tela ed assumono nello stesso tempo al valore di opera autonoma.</p>
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<p>Sebastian Stumpf<br />
Sebastian Stumpf ha recentemente presentato il progetto “Certain Peaks”, in cui si è confrontato con lo spazio della galleria e il paesaggio storico e urbano di Roma. Le azioni di Sebastian Stumpf esplorano la relazione del corpo con gli spazi pubblici, artistici e istituzionali, mettendo in discussione la percezione dell’osservatore con gesti specifici e l’immaginazione del luogo performato.<br />
L’opera esposta si relaziona al concetto della mostra “In Process” evidenziando il carattere performativo del lavoro di Stumpf, che realizza diverse azioni nel paesaggio che sono poi rappresentate in in un’opera video o in serie fotografiche.<br />
Nella serie “Fences” in mostra, realizzata a Los Angeles nel 2017, la figura di Stumpf è in verticale sopra alle recinzioni urbane, rapportandosi all’ambiente circostante attraverso la sua presenza e le sue visioni che possono essere ravvicinate ed estese, contro e dentro.<br />
Le figure sospese assumono diverse sfumature di uncanny in confronto alla natura e alle architetture moderniste, al giorno e alla notte.</p>
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<p>Stanislao Di Giugno (1969, Roma) vive e lavora a Roma. <br />
Recenti mostre personali e collettive: “Temporary statement”, Galleria Tiziana Di Caro &#8211; AOCF 58, Roma, “Un presente indicativo. Posizioni e prospettive dell’arte contemporanea a Roma”, Galleria Nazionale, Roma, 2023; “Unmaking”, Galleria Mario Iannelli, Roma, 2023; “Stanislao Di Giugno / Bernd Ribbeck”, Fondazione Filiberto e Bianca Menna, Roma, 2021-2022; “Trentuno fughe e alcuni dettagli”, Galleria Tiziana Di Caro, Napoli, mostra personale, 2021; “Quadreria”, Studio Sales, Roma, 2021, “Monochromes”, Galleria Mario Iannelli, Roma, 2019-2020.<br />
Stanislao Di Giugno inizia il suo percorso artistico attraverso diversi linguaggi – dalla pittura figurativa al collage, dalle installazioni al video – per poi approdare alla pittura astratta, sintesi coerente della sua evoluzione espressiva. La sua ricerca ha sempre mirato a sovvertire la percezione della realtà, utilizzando oggetti quotidiani assemblati in forme astratte e creando opere che destabilizzano la logica visiva. Significativa è l’installazione Una certa distanza (2009), che riflette sullo spazio come elemento di separazione tra opera e spettatore.<br />
Mostre in galleria: “Unmaking”, 2023, group exhibition; “Monochromes”, 2019-2020, group exhibition</p>
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<p>Paula Doepfner (1980, Berlino) ha studiato Belle Arti all&#8217;Universität der Künste di Berlino e al Chelsea College of Art and Design di Londra. A Berlino ha completato i suoi studi, diplomandosi alla masterclass di Rebecca Horn. Doepfner ha ricevuto diverse borse di studio e premi, tra cui il Premio Hans Platschek (2024), la borsa di studio per artisti della Fondazione Krull (2023), la borsa di studio EHF della Fondazione Konrad Adenauer (2022), lo stipendio della Fondazione Albert Koechlin di Lucerna (2010) e la borsa di studio Elsa Neumann dello Stato di Berlino (2008). Ha esposto in istituzioni nazionali e internazionali, con mostre personali al Museum Kupferstich-Kabinett Dresden (2023), all&#8217;Akademie Konrad-Adenauer-Stiftung (2022) e al Goethe-Institut di Washington (2015). Il suo lavoro è stato esposto anche in mostre collettive presso istituzioni come il Medizinhistorisches Museum Berlin (2023), il Museum Reinickendorf di Berlino (2022) e il Linden Centre for Contemporary Art di Melbourne (2013). Le opere di Doepfner fanno parte di collezioni pubbliche e private, tra cui il Museum Kupferstich-Kabinett / Collezioni statali d&#8217;arte di Dresda, il Kupferstichkabinett Berlin / Musei statali di Berlino, il Buch- und Schriftmuseum / Biblioteca nazionale tedesca di Lipsia e il Museo di Belle Arti di Budapest.<br />
Mostre in galleria: “Next Time I See You”, mostra personale, 2019; “Half my soul belongs to you”, mostra personale, 2021; “Took me way down to that red hot land”, mostra personale, 2022; “You Are What You Are”, mostra collettiva, 2016; “Fire in the mind”, mostra collettiva, 2019; “Gathering the unpredictable”, mostra collettiva, 2020; “Unmaking”, mostra collettiva, 2023; “Narrative Pieces”, mostra collettiva, 2023.</p>
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<p>Pietro Fortuna (1950, Padova) vive e lavora a Villanova in Umbria dove recentemente ha trasferito il suo Archivio. Studia architettura e filosofia e ancora giovanissimo collabora a importanti realizzazioni sceniche per il San Carlo di Napoli, La Scala di Milano e la Fenice di Venezia. Nel 1977 si tiene la sua prima mostra personale alla galleria Cannaviello di Roma, poi è presente a Milano dal 1978 al 1983 con altre personali: da Luigi De Ambrogi, Luciano Inga-Pin e Massimo Minini. Si trasferisce per alcuni mesi a New York dove espone da Serra e Di Felice. Negli anni ‘80 è presente alla XVI Biennale di San Paolo, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a Ville Arson a Nizza, al Kunstler House a Graz, al Frankfurter Kunstverein, alla XII Biennale di Parigi e in mostre quali “Italiana: nuova immagine” alla Pinacoteca Comunale di Ravenna e “Anni ’80” alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Si susseguono molte altre mostre in gallerie e musei internazionali come da Annina Nosei Gallery a New York, Otmar Triebold a Basilea, Montenay – Delsol a Parigi, Ville Arson a Nizza, Kunstler House a Graz e al Frankfurter Kunstverein. In Italia il suo lavoro è rappresentato dalla Galleria Giuliana de Crescenzo a Roma, Eva Menz e Ippolito Simonis a Torino e lo Studio Guenzani a Milano. Negli anni ’90 realizza nuovi cicli di opere con installazioni e lavori di grande formato con cui è presente al Palais de Glace di Buenos Aires, alla Galleria d’Arte Moderna di San Marino, al Museo d’Arte Moderna di Bogotà, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, a Le Carré Musée Bonnat di Bayonne e al Museo Pecci di Prato, e in mostre quali “Cadenze” e “Italia-America, l’astrazione ridefinita”.  Nel 1996 fonda “Opera Paese” un luogo in cui s’incontrano importanti figure dell’arte, della musica e del pensiero, da Philip Glass a Jan Fabre, da Pistoletto a Carlo Sini, da Kounellis a Gija Kancheli.  Dal 2000 al 2006 seguono altre personali tra cui al Palazzo del Capitano del Popolo di Todi, alla Nuova Pesa e allo studio Stefania Miscetti di Roma. Inoltre partecipa a “Exempla II, arte italiana nella vicenda europea 1960-2000”, Pinacoteca Civica di Teramo e a “Enclave 1”, CAMEC, Centro per l’Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia. Negli anni più recenti seguono altre personali al Watertoren Centre for Contemporary Art di Vlissingen, alla XII Biennale Internazionale della Scultura di Carrara, al Tramway di Glasgow in cui avvia il ciclo “Glory”, alla Fondazione Morra di Napoli, al Macro di Roma, al Marca di Catanzaro, alla Quadriennale di Roma e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 2019 è al Parco della Murgia a Matera e nel 2020 per il ciclo “Geografico” è presente a Palazzo Landolina a Noto, alla Farm Cultural Park di Favara e al Teatro Garibaldi di Palermo. Seguono la partecipazione a Manifesta 13 nel 2020 a Marsiglia e la personale “Glory VI Au temps où nous n’étions pas des hommes” al BPS 22 di Charleroi nel 2023. <br />
Mostre in galleria: “Over the noise”, 2024, mostra collettiva</p>
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Laura Gianetti (1980, Livorno) è un’artista, ricercatrice, fotoreporter, grafica e docente d’arte.<br />
Ha studiato Scienze Naturali all&#8217;Università di Pisa e si è laureata in Pittura con un Master in Fotografia all&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma nel 2008. Dopo la laurea si è trasferita a Berlino dove ha lavorato come artista visiva e fotoreporter per eventi artistici e musicali per più di 8 anni. Ha collaborato tra l&#8217;altro con Künstlerhaus Bethanien, Bpigs, Node Center for Curatorial Studies, CTM Festival, Grimmuseum, Factory Art, Month of Performance Art di Berlino, Sonic Acts Festival di Amsterdam, Museum of Contemporary Art di Roskilde.  Dai primi anni 2000 ha realizzato progetti artistici raccolti in collezioni private e pubblicati in riviste, giornali, libri, CD, dischi in vinile e video musicali. Ha esposto in gallerie e musei tra cui il Palazzo delle Esposizioni, il Museo Hendrik C. Andersen, il Complesso Monumentale Sant&#8217;Andrea al Quirinale di Roma, il Grimmuseum di Berlino, la Galleria d&#8217;Arte Moderna alle Ciminiere di Catania (Premio Nazionale delle Arti) e l&#8217;Ancienne Quincaillerie van AA di Bruxelles, dove è stata premiata come miglior artista sotto i 35 anni.<br />
Vive e lavora tra Roma e Livorno.<br />
Mostre in galleria:<br />
“Spazio. Photo-reportage di Roberto Apa e Laura Gianetti nella Galleria Mario Iannelli” (2023); “Work In Process”, CURA. BOOKS, presentazione del libro, 2021; “Work In Process II”, presentazione della pubblicazione, 2023 (reportage fotografico sul “Virginia Art Theatrum / Museo della Catastrofe” di Vettor Pisani)</p>
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Cyrill Lachauer (1979, Rosenheim, Germania) vive a Berlino.<br />
Lachauer ha studiato regia, etnologia e arte a Monaco e Berlino. Nel 2011 ha fondato insieme ad altri colleghi l’etichetta Flipping the Coin.  Ha ricevuto numerose borse di studio e premi tra cui recentemente Medienboard Berlin-Brandenburg, Pollock-Krasner Foundation Grant, New York, Accademia Tedesca Villa Massimo (Premio Roma 2020/21). Recenti mostre personali sono state organizzate dalla Goetz Collection, Monaco, dalla Haus der Kunst, Monaco, Berlinische Galerie, Berlino, Video Art At Midnight, Berlino, Forum Alte Post, Museum, Pirmasens, Deutsches Auswandererhaus &#8211; German Emigration Center, Bremerhaven, Museum Villa Stuck, Monaco, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, Villa Aurora, Los Angeles, artothek – Raum für junge Kunst, Cologne. <br />
I suoi “narrative landscapes&#8221; invitano ad una differente lettura del paesaggio e del concetto di confine all’interno di una ricerca antropologico-estetica sulla crisi della società occidentale, in particolare quella americana osservata nella sua “Trilogia Americana” (“Full service. From Walker River to Wounded Knee”, 2012-2014 e “The Adventures of a White Middle Class Man. From Black Hawk to Mother Leafy Anderson”, 2016/2017, esposti nella mostra personale “When you smell the smoke on your skin, the fire’s long gone” presso la galleria). Nei suoi recenti viaggi in America (il terzo capitolo dal titolo “Slack”, esposto nella mostra collettiva “Over the noise” presso la galleria) indaga sulla figura dell’errante inteso come un’ideale di resistenza ed uno stato che rende possibile narrative al di fuori delle tradizionali forme di fare mondo.<br />
Il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, letteratura ed opere sonore in collaborazione con musicisti.<br />
Mostre in galleria: “When you smell the smoke on your skin, the fire’s long gone”, 2019, mostra personale; “resonance”, 2019, mostra collettiva; “Narrative Pieces”, mostra collettiva, 2023; “Over the noise”, mostra collettiva, 2024.</p>
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<p>Hanne Lippard (Nor/Ger, 1984 Milton Keynes UK) vive e lavora a Berlino. <br />
E’ attualmente in residenza presso l’Accademia Tedesca di Villa Massimo (Premio Roma 2024-25).<br />
Il lavoro di Lippard si muove tra parola scritta e parlata e si esprime tramite una varietà di discipline e media, in particolare installazioni sonore e performance. Tra le sue performance e mostre più recenti figurano: The Myths and Realities of Achieving Financial Independence al CCA Berlino (2022), Le langage est une peau al FRAC Lorraine a Metz (2021), Contact, Mood, Share al Museo d’arte contemporanea di Anversa (2021), X al Frac des Pays de la Loire a Carquefou (2020), RIBOCA2 alla Biennale di Riga (2020), ART 4 ALL all’Hamburger Bahnhof (2020), Our present al Museo d’arte contemporanea di Siegen (2020), Parades for FIAC al Palais de la Découverte (2019), Art Night London (2019), Goethe in the Skyways a Minneapolis (2019), There Is Fiction in the Space Between al n.b.k. a Berlino (2019), Nam June Paik Award 2018 al Westfälischer Kunstverein di Münster (2018), Ulyd al Kunsthall Stavanger e al FriArt a Fribourg (2018). Nel 2024 Lippard riceve il Premio della Nationalgalerie.</p>
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<p>Roberto Pietrosanti (1967, L’Aquila) vive a lavora a Roma dove si trasferisce alla fine degli anni Ottanta e da cui inizia la sua fitta attività espositiva in Italia e all’estero, tra cui Parigi, New York, Londra, Madrid. La sua ricerca pittorica monocromatica ragiona sulla de-costruzione dei concetti spaziali per volgere lo sguardo al complesso architettonico, realizzando opere monumentali, opere-ambiente ed installazioni site specific in mostre come “Monocromos. Da Malevic al presente” al Centro de Arte Contemporanea Reina Sofia, Madrid, “Confines” al Museo IVAM di Valencia, alla X edizione della Biennale di Architettura di Venezia, presso l’ Area Archeologica del Palatino/Foro Romano, al Museo dell’Ara Pacis di Roma, alla Triennale di Milano, al Castello di Rivara, alla sedi di Sorgenia a Milano, di SIDIEF a Roma e a Ravenna in collaborazione con la Compagnia del Progetto insieme agli architetti Franco Purini e Carlo Maria Sadich e alla direzione artistica del professor Francesco Moschini, A.A.M. ArchitetturaArte Moderna, Roma. Vince il concorso di idee per la risistemazione di P.zza Augusto Imperatore a Roma.  In parallelo affronta anche una serie di progetti per il teatro e la danza contemporanea. Recentemente il suo lavoro è stato esposto dalla Galleria La Nuova Pesa di Roma in mostre personali (“Non avere timore” in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia di Leonardo Aquilino, “Spinarium”, “Codici / GOYA”) e collettive.<br />
Nel 2025 ha realizzato per i Cancelli della Galleria Umberto I di Napoli l’opera pubblica “Sipario”.<br />
Mostre in galleria: “Over the noise”, 2024, mostra collettiva</p>
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<p>David Prytz (1979, Aarhus, Danimarca) vive e lavora a Berlino.<br />
David Prytz ha studiato presso le scuole d’arte di Oslo e Londra. Espone il suo lavoro con la Galleria Mario Iannelli dal 2014, inaugurandola con la mostra personale “Literal”. Da allora ha esposto in numerose mostre quali Anatomy of restlessness, 2016, mostra collettiva; Exocenter, David Prytz, mostra personale, 2017; Fire in the mind, 2019, mostra collettiva; resonance, 2019, mostra collettiva; Gathering the unpredictable, 2020, mostra collettiva; Narrative Pieces, 2023, mostra collettiva; “T I M E. Felix Kiessling &#8211; David Prytz”, 2024, duo show.<br />
Le sue opere sono state esposte in numerose mostre collettive in gallerie e spazi di ricerca tra cui Galerie Alexander Levy, Crone Gallery, Kranich Museum, After the Butcher, Peninsula.<br />
Mostre recenti: “A Family Affair. Anna Virnich, David Prytz and Winfried Virnich”, Artefact, Berlin; Ever Seen Never Seen, Akkurat Labs, Berlin; Where the Bridge Ends the Satellite Begins, Galerie SP 2, Berlin (solo).<br />
Nei suoi lavori quali “Tabula rasa”, “When the bridge ends, the satellite begins”, “Exocenter”, David Prytz realizza sculture ed installazioni che intrecciano le dinamiche del cosmo con quelle quotidiane assemblando materiali grezzi animati da movimenti cinetici, minerali fusi (“Dumb Alchemy”) e disegni geometrici (“Literal Geometry”).</p>
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Yorgos Stamkopoulos (1983, Grecia) vive e lavora a Berlino.<br />
Yorgos Stamkopoulos ha studiato pittura alla Scuola di Belle Arti di Atene e alla Universität der Kunste di Berlino. Ha ricevuto una borsa di studio dalla Fondazione Onassis di Atene e il premio “Freedom for Emerging Artists” del Museo de Calzado in Spagna. <br />
Stamkopoulos ha esposto in mostre personali presso Lepsien Art Foundation, Düsseldorf, Collectors Agenda, Vienna, Galleria Mario Iannelli, Roma, Callirrhoë, Atene, Zeller van Almsick, Vienna, Galleria Nosco, Bruxelles, CAN Christina Androulidaki Gallery, Atene, Kunsthalle Athena Art Athina, Porcino, Berlin, Nir Altman Gallery, Munich, Frankfurt am Main, Berlin, Kunst&amp;Denker, Düsseldorf.<br />
Le sue opere sono state esposte in varie mostre collettive a livello internazionale, tra cui “New Greek Painting 21”, Agios Nikolaos Municipal Gallery, Creta e “Encore New Greek Painting” (2023), Municipal Gallery of Athens, “Io sono qui, MACRO, Roma, curated by Lorenzo Bruni, Neuer Essener Kunstverein, Kunsthalle Athena, Hollis Taggart, Southport, U.S., COSAR HTM, Düsseldorf, Christian Ehrentraut Galerie, Berlin, Daily Lazy Projects, Atene.<br />
Nella sua pittura l’immagine è depositaria di tracce sedimentate e gestuali che definiscono il movimento interno del quadro o coinvolgono l’osservatore nello spazio come nell’installazione ambientale “Trajectory” presentata in galleria. La frammentazione fenomenologica dei suoi quadri è intesa a dare rilievo al tempo e all’esperienza del fruitore. <br />
Il progetto ‘Trajectory’, a cura di Lorenzo Bruni, è stato concepito da Stamkopoulos come una riflessione condivisibile sul suo modo di lavorare attorno alla pittura astratta con l’intento, tuttavia, di dare maggiore importanza al processo piuttosto che all’immagine finale. L’artista, pur assumendo la responsabilità di riflettere sull’eredità della tradizione modernista del monocromo e quella politica/concettuale della pittura analitica, punta al confronto non con la decodificazione della realtà sulla tela, bensì sul far rendere cosciente lo spettatore dei propri processi cognitivi, inducendo una riflessione sul ruolo e la comunicabilità della pittura oggi rispetto alla sua storia millenaria.<br />
Mostre in galleria: “Anatomy of restlessness”, 2016, mostra collettiva; “Trajectory”, mostra personale, 2017; “resonance”, 2019, mostra collettiva; “Monochromes”, 2019, mostra collettiva; “Cast: Diodato, Kretschmann, Stamkopoulos”, 2021, mostra collettiva; “Unmaking”, 2023, mostra collettiva; “Narrative Pieces”, 2023, mostra collettiva.</p>
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Sebastian Stumpf (1980, Wurzburg, Germania) vive a Lipsia.<br />
Sebastian Stumpf ha studiato presso le scuole d&#8217;arte di Norimberga, Lione e Lipsia. Nel 2008 è stato allievo di Timm Rautert.<br />
Tra le mostre personali figurano la Galerie Thomas Fischer di Berlino, il Museum Folkwang di Essen, il Museum für Photographie di Braunschweig, l&#8217;Annex 14 di Zurigo e la Landesgalerie di Linz.<br />
Il suo lavoro è stato esposto alla 6ª Biennale di Berlino e alla Triennale di Aichi a Nagoya, oltre che in numerose mostre collettive, tra cui Contemporary Arts Center, Cincinnati, Le Bal, Parigi, OCAT Shanghai, Museum der Bildenden Künste Leipzig, Tokyo Wonder Site/Institute of Contemporary Art, Blaffer Art Museum, Houston.<br />
Nel 2016 ha ricevuto la borsa di studio per la fotografia tedesca contemporanea ed è stato borsista presso Villa Aurora a Los Angeles.<br />
Ha realizzato un&#8217;installazione art-in-architecure per la Kulturstiftung des Bundes di Halle, una proiezione video permanente per la Kunsthaus Göttingen e recentemente un&#8217;installazione sonora site-specific per la Hamburger Kunsthalle.<br />
Le azioni di Sebastian Stumpf esplorano la relazione del corpo con gli spazi pubblici, artistici e istituzionali, mettendo in discussione la percezione dell’osservatore con gesti specifici e l’immaginazione del luogo performato.<br />
“Certain Peaks”, la mostra personale di Sebastian Stumpf presso la galleria, ha presentato nuovi lavori che si sono confrontati con lo spazio della galleria ed il paesaggio storico e urbano di Roma.<br />
Mostre in galleria: “Certain Peaks”, 2024-25, mostra personale</p>
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		<title>Narrative Pieces</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/narrative-pieces/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2023 04:08:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Baldo Diodato, Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Daniel Lergon, Vettor Pisani, David Prytz, Sarah Ancelle Schönfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac &#160; &#160; La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Narrative Pieces”, una mostra che esplora le narrative degli artisti attraverso una selezione di opere che sono state lavori unici e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Baldo Diodato, Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Daniel Lergon, Vettor Pisani, David Prytz, Sarah Ancelle Schönfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac</p>
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<p>La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Narrative Pieces”, una mostra che esplora le narrative degli artisti attraverso una selezione di opere che sono state lavori unici e scritture nello spazio.</p>
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<p>La mostra continua il focus sulla documentazione dell’attività della galleria dopo le recenti presentazioni del libro “Work in process II 2021-2023” e della mostra “Spazio. Fotoreportage di Roberto Apa e Laura Gianetti nella Galleria Mario Iannelli”.</p>
<p><span id="more-4597"></span></p>
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<p>Nei suoi lavori quali “Tabula rasa”, “When the bridge ends, the satellite begins”, “Exocenter”, David Prytz imposta narrative che intrecciano le dinamiche del cosmo con quelle quotidiane in installazioni che assemblano materiali grezzi animati da movimenti cinetici, minerali fusi (“Dumb Alchemy”), disegni geometrici (“Literal Geometry”), lavori grafici (“I try to be precise”, “I try to be precise, again”) e fotografici in cui l’immagine è costituita da fotogrammi in movimento. Altri lavori esposti di Prytz si concentrano più direttamente sul linguaggio (l’opera audio “In a minute a thousand years”, l’opera video “Now, Diaspora” e il ciclo di disegni in cui le forme geometriche diventano i “Protagonists”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le azioni e le tecnologie manipolate che Felix Kiessling ha presentato con la galleria, quali forare la terra in due punti opposti del globo (“Earth Piercing”), toccare un vulcano sottomarino con una corda e un peso (“Vavilov”), un pezzo di grafite legato alla lancetta di un orologio che continua a girare su un cartoncino (“Zeitzeichnung”), la luce della galleria che si illumina ogni volta che un fulmine cade sulla terra (“Schmetterling”), mettono di fronte a forze naturali e tecnologiche su cui non si ha il controllo. In questa vertigine viene sperimentata in tempo reale la dissoluzione dell’equilibrio cognitivo attraverso una de-costruzione che permette di percepire una più ampia connessione tra gli elementi e i fenomeni.</p>
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<p>L’opera multimediale di Paula Doepfner &#8211; esposta in galleria nelle mostre personali “Next Time I See You”, “Half my soul belongs to you”, “Took me way down to that red hot land” &#8211; comprende lavori testuali su carta, oggetti in vetro rinforzato, installazioni in vetro, ghiaccio e materiale organico, con l’aggiunta di performance sonore. I suoi disegni, realizzati con testi in miniatura scritti a mano su una carta giapponese sottile, si basano su disegni fatti durante l’osservazione di interventi chirurgici al cervello. I testi sono tratti dalla documentazione medica in tema di diritti umani e dalla ricerca neuro-scientifica e portano le tracce di fonti filosofiche e lirico-poetiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I reperti archeologici del presente di Philip Topolovac creano modelli per la proiezione dei desideri che vanno oltre le ideologie. Nella ricerca del margine, sia esso nel cosmo che nella terra, rappresenta la vita interiore dei suoi soggetti, quali i “Satellites”, satelliti inutilizzati e dispersi come spazzatura spaziale, i “Bunker” in cui sono esposti reperti della vita quotidiana riaffiorati da un passato sepolto dalla guerra, i “Cork models”, modelli in sughero di rovine industriali in cui sono sorti techno-clubs, o di monumenti (“Braciere &#8211; Colosseo Quadrato”), i calchi in resina di luoghi anonimi (“Mapping”) o i calchi in gesso di satelliti e statue religiose (“Celestial Debris&#8221;).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le ricerche di Schirin Kretschmann e Baldo Diodato si rivolgono altrettanto ad un luogo come origine per una narrativa che della dimensione fisica e spaziale dell’opera che interagisce con il pubblico e della durata fanno la loro cifra stilistica.</p>
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<p>Nelle installazioni site-specific di Schirin Kretschmann in cui formati di grasso reagiscono sul muro (“Labor II”) fino al collezionare la pittura rimossa al loro termine (“Collecting loss”, “Labor/Wall”), sono osservabili i cambiamenti di stato dell’opera e attraverso essi i cambiamenti di un luogo.</p>
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<p>Sin dagli anni Settanta Baldo Diodato dà luogo a opere-performance che sono nate nei linguaggi d’avanguardia americani e si sono confrontate poi con numerosi altri luoghi calcati individualmente e collettivamente (tra cui 1974 “Sculture viventi”, Philadelphia, 2002 “Marcaurelio”, 2010 “Squares of Rome”, 2016 “You Are Here” 13 Piazze di Roma).</p>
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<p>La presenza dell’elemento narrativo nella pittura di Yorgos Stamkopoulos consiste nel tempo in quanto l’immagine è depositaria di tracce sedimentate e gestuali che definiscono il movimento interno del quadro o coinvolgono l’osservatore nello spazio come nell’installazione ambientale “Trajectory”. La frammentazione fenomenologica dei suoi quadri è intesa a dare rilievo all’esperienza del fruitore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I quadri di Daniel Lergon sono dei potenziali di visione, dei materiali e della luce e del segno nello spazio, nella stratificazione e nella interferenza tra le superfici (“Unter Grün&#8221;, “Lines and Grids”). In linea con la potenzialità di visione, i suoi primi lavori si sono confrontati con i fenomeni ottici del cosmo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle sue narrative Sarah Ancelle Schönfeld mette in relazione dimensioni macro e micro biologiche in una science-fiction in cui emerge l’origine magica della scienza.<br />
La memoria è conservata in liquidi del corpo, di pulizia, droghe sintetiche, pelli di mucca, linguine di seppia, ciglia umane, farmaci, per tracciare una nuova cosmologia (“All you can feel”, “Universal Cleaner”, “Shamanistic Travel Equipment”, “Snake Dance”, “Linguine Oracle”, “Score of Wishes”, “ASS”). Il nuovo linguaggio è inoltre testato in laboratori aperti durante le mostre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella stessa prospettiva cosmologica dello sciamano secondo Sarah Ancelle Schönfeld sta quella dell’errante secondo Cyrill Lachauer. <br />
I suoi “narrative landscapes&#8221; invitano ad una differente lettura del paesaggio e del concetto di confine all’interno di una ricerca antropologico-estetica sulla crisi della società occidentale, in particolare quella americana osservata nei suoi estesi viaggi negli Stati Uniti (“Full service. From Walker River to Wounded Knee”, 2012-2014 e “The Adventures of a White Middle Class Man. From Black Hawk to Mother Leafy Anderson”, 2016/2017, esposti in “When you smell the smoke on your skin, the fire’s long gone”). Nei suoi recenti viaggi in America indaga sulla figura dell’errante inteso come un’ideale di resistenza ed uno stato che rende possibile narrative al di fuori delle tradizionali forme di fare mondo.<br />
Il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, letteratura ed opere sonore in collaborazione con musicisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel teatro filosofico di Vettor Pisani viene de-costruito il linguaggio attraverso un’alchimia dell’immagine o della performance in cui sacro e profano si incontrano nel racconto della tragedia dell’Io e della Storia della società occidentale.<br />
La sua tipica narrazione che respira insieme l’eternità e l’esilio, la follia ed il gioco umoristico, è presente anche nelle sue opere letterarie (“Edipo Borderline”, “German Love Sinfonietta&#8221;, &#8220;L’ano lunare di Lou Salomé”) e nelle sue biografie in cui era solito sovrapporre realtà e finzione.<br />
Nel “Vero Falso d’Autore”, che consiste nell’appropriazione &#8211; interpretazione dell’opera di altri artisti nella propria narrativa, risiede la cifra autentica del lavoro di Vettor Pisani sin dagli esordi negli anni Settanta nella sua prima mostra in cui ha dato un’interpretazione al lavoro esoterico di Marcel Duchamp.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Entrando nella galleria l’opera luminosa di Kiessling impegna lo spazio intessendo una relazione tra il mondo esterno e la mostra a partire dalle opere di Prytz e Kretschmann.<br />
La sua opera “Schmetterling (Biest)” connessa in tempo reale ad eventi di fulmini globali si fonde idealmente attraverso l’opera “Glass Work” di Kretschmann nella foto-incisione di Prytz. Quest’ultima sembra riprodurre l’effetto sfarfallante della luce e specchia inoltre la processualità dell’opera dell’altra perché consiste in una heliogravure di un frammento di una fotografia realizzata tramite lo scorrimento di un intero rullino fotografico in una singola immagine, lo stesso procedimento di Kiessling che fa convergere “l’effetto farfalla” in un punto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La lastra di vetro di Kretschmann, come una pagina bianca da cui parte la narrazione della mostra, riflette lo spazio della galleria e una storia in essa accaduta, introducendo alla risonanza delle opere fra loro.<br />
Ne sono complemento nella seconda sala il formato scritto, riempito di lettere minutissime su carta trasparente sottile nell’opera “But where are you tonight, sweet Mary II” di Doepfner e con esso le narrative delle opere che attivano attraverso una sorta di alchimia dei materiali o dei concetti un’esperienza del passato in forme nuove nel presente: un’ideologia oltrepassata nell’opera “Braciere- Colosseo Quadrato” di Topolovac, il calco in bronzo del “calco della Storia” di Baldo Diodato, le costellazioni di aspirina fuoriuscite da buchi neri nell’opera fotografica di Schönfeld, la pittura fenomenologica sia di Lergon che di Stamkopoulos, il paesaggio velato da un fumogeno nella fotografia di Lachauer, tra cui chiude la “Pietra Filosofale” di Vettor Pisani, sospesa nello spazio, verso cui ritornano tutte le opere in un cerchio ideale, per l’essenzialità del processo e dell’autorialità e per la connotazione concettuale e filosofica delle loro ricerche tesa a interrogare il presente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La narrazione è un dialogo dell’opera e del pensiero dell’artista con l’ambiente, che innesca un’osmosi fra la vita e l’arte e delle dimensioni da loro cercate.<br />
La particolare caratteristica di questa arte concettuale e narrativa è identificare l’oggetto nel processo superando la tradizionale dicotomia di questo con il soggetto.<br />
L’artista e lo spettatore sono coinvolti nella stessa posizione, a cui spetta la singolare interpretazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’arte concettuale che parte dagli anni Sessanta e Settanta, pratiche di sperimentazione con la parola scritta hanno dato vita a performance del corpo secondo la proporzione parola : pagina = azione : realtà (Mario Diacono, “Vito Acconci. Dal testo-azione al corpo come testo”, 1975).<br />
Nel percorso tracciato dalle opere esposte, questo passaggio si trova nell’opera di Baldo Diodato, nell’idea che potesse essere percorribile ed abitabile (“Cubi Scomponibili”, 1967) e realizzata dal pubblico che cammina nello “spazio-tempo” dell’opera (“Sculture viventi”, 1974). <br />
Nello stesso tempo, in Italia negli anni Settanta l’arte concettuale si carica di una temperie critica e profetica con artisti quali Vettor Pisani e Gino De Dominicis (“Lo Scorrevole” di Vettor Pisani, “Gino De Dominicis vi guarda”, Documenta Kassel 1972).<br />
Oggi, le ricerche concettuali contemporanee esposte in mostra, nel loro essere inter e multi disciplinari, sviluppano l’elemento narrativo attraverso una relazione più integrata tra linguaggio, media e contesti che possa veicolare nella società temi complessi. <br />
Entrando in contatto con altri linguaggi &#8211; fra questi quello della scienza, dell’antropologia, dell’archeologia e della filosofia &#8211; l’arte coinvolge l’intera esistenza umana ed il suo significato in una visione relazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In conclusione, la narrazione complessiva della mostra intende quindi mettere in luce un ripetersi continuo di nuove forme di linguaggio nella società che ridefiniscono confini di rappresentatività per mezzo di operazioni concettuali che forgiano sia il soggetto che il mondo.</p>
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		<title>UNMAKING</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/unmaking/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2023 05:35:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 9 Marzo al 16 Maggio 2023 la Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare la mostra collettiva “UNMAKING” che espone una selezione di opere di Stanislao Di Giugno, Paula Doepfner, Panos Famelis, Schirin Kretschmann, Nathan Peter, Mimmo Rotella, Diana Sirianni, Yorgos Stamkopoulos e Marianna Uutinen. &#160; Il titolo fa riferimento all’attitudine degli artisti invitati [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 9 Marzo al 16 Maggio 2023 la Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare la mostra collettiva “UNMAKING” che espone una selezione di opere di Stanislao Di Giugno, Paula Doepfner, Panos Famelis, Schirin Kretschmann, Nathan Peter, Mimmo Rotella, Diana Sirianni, Yorgos Stamkopoulos e Marianna Uutinen.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il titolo fa riferimento all’attitudine degli artisti invitati a un “disfare” che crea la forma e che sperimenta i limiti del supporto, della materia, dello spazio e del tempo all’interno di un continuo processo di decostruzione e ricostruzione messo in atto nell’opera.</p>
<p><span id="more-4072"></span></p>
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<p>Tim Ingold nel suo libro “Making” che indaga gli ambiti antropologici della creatività che mettono in stretta correlazione l’artefice al materiale utilizzato, pone una distinzione tra due obiettivi che l’artefice può scegliere: la preservazione della forma attraverso la costruzione o la continuità del processo attraverso l’esperienza.<br />
Quest’ultimo, secondo l’autore, è il fine tipico di un fare artistico, mentre il primo è quello dell’artigianato, del design e dell’architettura.<br />
“La forza dell’opera consiste proprio nelle energie che emanano dai materiali nel loro muoversi, crescere e decomporsi, e nei fugaci momenti in cui essi si radunano diventando una cosa sola. Sono i materiali a persistere, non le forme più o meno transitorie che essi assumono”. <br />
Nelle proposizioni di Ingold potremmo cambiare “materiali” con “processi” senza perdere il significato originale.<br />
Come immagine l’autore porta ad esempio una fotografia di un fascio di ramoscelli gettati in aria in un paesaggio fra mare, terra e cielo, un gesto irripetibile come il gesto che apre la mostra, lo strappo di un cartellone pubblicitario di Mimmo Rotella, che nelle parole dell’artista aveva il significato di “protestare contro una società che aveva perduto il gusto del cambiamento e delle trasformazioni favolose”.<br />
La mostra espone otto artisti di generazioni successive a Rotella il cui lavoro si confronta con dinamiche sociali diverse a seconda del tempo preso in considerazione.<br />
Gesti prima rivoluzionari ora sono liberi di essere ed interpretare il mondo.<br />
Nella geometria frattale disegnata dalle opere della mostra gli strappi di Rotella si rapportano alla natura delle opere degli artisti contemporanei per mezzo dello svelamento della simultanea presenza di piani, di scarti che diventano tracce o infinite riconfigurazioni spaziali, scavi o rilievi, lacerazioni o aperture, sostanze organiche o plastiche, che manifestano quello che c’è dietro all’immagine strappata, il destino duale della materia, il fare e disfare che sono parte di uno stesso processo umano quanto culturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’opera di Mimmo Rotella è un décollage realizzato nell’ultimo periodo della sua attività che raffigura una “Marylin”, soggetto ripreso dall’arte pop ed iconico dell’opera dell’artista sin dai primi anni del suo lavoro. Lo strappo e la successiva lacerazione del manifesto sono un gesto singolare quanto universale nel quale risiede l’autenticità artistica, un “nuovo realismo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al décollage di Rotella si rapporta la pittura astratta di Yorgos Stamkopoulos che ritrova attraverso un décollage di materie plastiche e stratificazioni pittoriche tutto il sapore e l’aspetto delle textures dei manifesti urbani lacerati, riproducendone la sensibilità sinuosa delle linee, dei frammenti isolati e randomici, le cancellazioni, le abrasioni, i graffi, gli scrostamenti come nei retro d’affiches, le campiture monocrome strusciate e la tela lasciata vergine non finita in cui contrasta una danza cromatica disintegrata, percorsa da differenti rilievi che creano una tridimensionalità dell’immagine. <br />
Stamkopoulos presenta due nuove opere: un quadro astratto e una scultura inedita in bronzo. Nella sua ricerca pittura e scultura dialogano pur restando medium autonomi. Un particolare della pittura può diventare il soggetto scultoreo come la materializzazione in allumino di una linea dipinta con la vernice spray o la fusione in bronzo di scarti del processo pittorico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stamkopoulos, Kretschmann e Di Giugno hanno già esposto insieme in precedenti progetti collettivi, per l’attitudine della galleria a partire dai concetti in vista di espandere la ricerca. Stamkopoulos e Kretschmann hanno partecipato sia alla mostra “Cast”, sia insieme a Di Giugno alla mostra “Monochromes”, progetti che hanno indagato sui concetti di calco e di monocromo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stanislao Di Giugno presenta in questa mostra delle opere mai esposte che fanno parte della sua ricerca che comprende sia la fase pittorica che quella plastico-scultorea.<br />
La prima sviluppa un sistema di sovrapposizioni che sembrano disfare il lavoro precedente, talvolta coprendolo completamente ma lasciandone sempre una traccia. La seconda ha una funzione prettamente spaziale attraverso l’elaborazione di forme spigolose e aggettanti ma anche una matrice concettuale poiché recupera oggetti di scarto, come componenti di automobili o in questo caso riviste d’arte, in cui ha creato un’immagine astratta tridimensionale sfruttando lo spazio intagliato, dove si riconoscono frammenti di immagini in mezzo a campi pittorici e piani scultorei imprevedibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il lavoro di Schirin Kretschmann si confronta con la de-costruzione e la ricostruzione nello spazio e attraverso i materiali. Nelle sue opere in cui applica pigmenti grassi riutilizza il materiale scartato raccogliendolo in vetri da laboratorio dando luogo ad una performance continua nel tempo. Stati transitori dell’opera quali il non ancora o il non più, il quasi, il non fatto o il mai fatto sono strettamente connessi al tempo reale proprio dell’artista e del processo materiale. <br />
L’opera in mostra espone i frammenti di muri dipinti che l’artista ha collezionato dopo la rimozione dei suoi lavori site-specific.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’opera di Paula Doepfner si inserisce nel concetto della mostra per la distruzione e la ricostruzione di un’immagine sublimata in cui vi è una riconciliazione degli opposti e che rimanda ad una metamorfosi. Dalle opere in cui il ghiaccio si scioglie liberando il suo contenuto, una poesia, una pianta essiccata, quali metafore di coscienza, alle opere in cui testi scritti in caratteri minutissimi a mano si incrociano fondendosi in trame di pensiero e reti neurali, fino a quelle che compongono un’irripetibile armonia di pittura e materia organica sopra alle crepe dei vetri blindati a cui appartiene il nuovo lavoro in mostra basato anch’esso come gli altri cicli su disegni di scansioni cerebrali e più in generale su una ricerca che ingloba arte, letteratura, filosofia e neuro-scienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Galleria ha il piacere di presentare per la prima volta in questa occasione il lavoro di Panos Famelis, Nathan Peter, Diana Sirianni e Marianna Uutinen.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel lavoro di Panos Famelis de-costruzione e ricostruzione sono facce della stessa medaglia come la pittura e scultura sono interconnesse in quanto appartengono ad un medesimo processo alchemico di produzione della materia che dà luogo ad un’arte puramente performativa. <br />
Dipinti e sculture a parete consistono del colore ad olio utilizzato e prelevato in altre opere che circolarmente riappare in nuove forme. <br />
La sua ricerca si relaziona particolarmente con quella di Kretschmann perché la materia è la protagonista principale di una performance ma si distingue per l’interesse a indagare le trasformazioni della materia all&#8217;interno del processo creativo mentre nell’altro caso viene maggiormente cercata la trasformazione dell’ambiente dell’opera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nathan Peter presenta un nuovo lavoro pensato per lo spazio della galleria e per la mostra che appartiene alla sua pratica che trasforma il supporto in oggetto. Nei suoi lavori in cui ne testa i limiti fino alla vertigine, la materia della tela viene de-costruita per rivelarne una struttura con nuove tensioni. Come in una scultura lo scavo porta in rilievo un equilibrio essenziale trovato tra luce e forma. Il disfare è parte integrante dell’opera che non è solo dipinta.<br />
Il lavoro esposto è un’unica tela di lino sospesa dall’alto al centro dello spazio per ricercarne l’appropriata tensione spaziale e visuale da entrambe i lati e si rapporta come fosse un reperto archeologico alla luce di Roma che attraverso le finestre la intersecano, una sensazione accentuata dai riflessi cangianti delle sfaccettature della tela.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le opere di Diana Sirianni sono collage tridimensionali che l’artista elabora in installazioni immersive mentre nella loro forma più contenuta a parete appaiono come dei teatri di ridotte dimensioni. <br />
Nelle sue perfomances nello spazio urbano attiva e ricostruisce la scena di un lavoro in corso, manipolando l’immagine con interventi pittorici, fotografici ed installativi. <br />
Il ciclo di lavoro esposto in mostra che ritrae il work in progress di una mostra personale dell’artista esprime la visione di un’infinita potenzialità dello spazio-tempo di de-costruirsi e ricostruirsi, in un lavoro successivo o in un nuovo spazio, attraverso materiali riciclati dal proprio stesso lavoro, utilizzati per motivi strutturali e percettivi, frammenti di foto di opere, legno, metallo, fili di nylon, vetro, pittura acrilica ed elementi trovati, che registrano movimenti del corpo e cambiamenti di prospettive suggerendo l’interconnessione del tutto. Da una riflessione sul mezzo e sulle sue strutture, negli ultimi anni il focus del suo lavoro si è esteso all&#8217;indagine delle strutture sociali e su come possano essere ricostruite mediante la pratica terapeutica somatica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La serie di lavoro di Marianna Uutinen benché non recente è significativamente rappresentativa della sua ricerca. Sin dagli anni Novanta Uutinen ha espanso il campo della pittura verso la scultura e l’installazione ponendo sempre al centro la materia e il processo. <br />
Nelle opere di questo ciclo sono utilizzati colori sgargianti, quali il viola, il rosa, l’argento e l’oro e i volumi delle increspature delle materie plastiche sono il risultato di un procedimento di de-costruzione e ricostruzione. Queste sono prima dipinte con gesti espressionisti con un colore nero contrastante ed assemblate successivamente su un’altra tela come fossero un’&#8221;immagine vivente” od una materia organica, una pelle in cui il sé dell’artista incontra l’altro e l’osservatore può desiderare di essere parte dell’opera.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Paula Doepfner: Took me way down to that red hot land</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/paula-doepfner-took-me-way-down-to-that-red-hot-land/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 09:37:42 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.marioiannelli.it/?post_type=exhibitions&#038;p=3831</guid>

					<description><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare “Took me way down to that red hot land”, una mostra personale di Paula Doepfner dal 4 al 28 ottobre 2022. Inaugurazione il 4 ottobre dalle ore 18. La terza mostra personale dell&#8217;artista in galleria includerà disegni recenti e una selezione delle sue opere su carta dal [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare “Took me way down to that red hot land”, una mostra personale di Paula Doepfner dal 4 al 28 ottobre 2022. Inaugurazione il 4 ottobre dalle ore 18.</p>
<p>
La terza mostra personale dell&#8217;artista in galleria includerà disegni recenti e una selezione delle sue opere su carta dal 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-3831"></span></p>
<p>Paula Doepfner realizza disegni su carta trasparente, composti da lettere minuscole (Ø 1 mm) che formano linee che diventano immagini testuali.<br />
Le opere non sono astratte ma si basano su schizzi realizzati durante l&#8217;osservazione di interventi chirurgici al cervello e autopsie presso l’ospedale universitario Charité di Berlino. Rappresentano cellule nervose alienate e aree del cervello.</p>
<p>
Le righe di testo sono tratte da fonti filosofiche, lirico-poetiche e della ricerca neuro-scientifica. <br />
Nei disegni più recenti, le parole provengono da referti medici delle Nazioni Unite sulle indagini e sulla documentazione della tortura, il “Protocollo di Istanbul” (“It’s a long, long lane that has no turning”, 2022), da poesie di Anne Carson e canzoni di Bessie Smith (“Took me way down to that red hot land”, 2022), così come da estratti da “L’uomo senza qualità” di Robert Musil (“The blues came along and drove my spirit away”, 2021).<br />
La mostra prende il titolo da una canzone di Bessie Smith, che nel 1929 incise una canzone blues sui fantasmi della guerra.</p>
<p>
Concentrandosi sulle opere di Doepfner su carta, la mostra include una serie di disegni di singole cellule nervose, “You keep yours and I hold on to mine” (2011) e il disegno “Blues on my mind, blues all around my head” (2018). Altre opere si riferiscono più ampiamente alla ricerca dell&#8217;artista: “Unthought of, though, somehow” (2014), un lavoro realizzato con inchiostro su carta gampi su cui è stata innestata una pianta essiccata, l’acquarello “I saw the first fall of snow, I” (2022) e l’opera su carta contenuta nell’installazione con il ghiaccio “I got a letter this morning” in occasione della sua seconda mostra in galleria, intitolata “Half my soul belongs to you” (2021), con testi di Giuseppe Ungaretti e Sylvia Plath.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se prendiamo ad esempio &#8220;Ulisse&#8221; di Joyce e leggiamo le prime due pagine, probabilmente non ricorderemo tanto quanto se dovessimo scriverle.<br />
L&#8217;atto di scrivere qualcosa ci costringe a correggere gli errori, poiché ci concentriamo su ogni parola, elemento o parte del testo che ricordiamo proprio perché l&#8217;abbiamo scritto.<br />
Questo esperimento potrebbe essere contagioso. Potresti anche pensare che leggere qualcosa senza scriverlo non sia più possibile.<br />
Potrebbe anche essere esaltante. Soprattutto, sarebbero le decisioni che prendiamo a contare. Ci si interroga sulle ragioni dei cambiamenti, e il risultato finale sarebbe un nuovo testo.<br />
Ad un certo punto, semplicemente copiando, ne saresti parte, diventando più consapevole del mondo che ti circonda. Questo è il momento di fusione tra la coscienza dell&#8217;autore e la tua propria.<br />
Copiare un testo significa estrapolare la sua anima e lavorare sulla capacità di conoscenza di te stesso. Non si tratta solo di come vengono utilizzate le basi del linguaggio, ma della possibilità di pensare al linguaggio in un modo nuovo, poiché la disattenzione del lettore non è più un’opzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per Paula Doepfner, non si tratta solo di copiare un testo, ma anche di non correggerlo, come pratica meditativa. Il riferimento all'&#8221;Ulisse&#8221; di Joyce ci aiuta a capire soprattutto che Doepfner sta visualizzando un flusso di coscienza nelle sue opere.<br />
È possibile leggere le parole e i loro minuscoli caratteri, ma lentamente, alla stessa velocità con cui l&#8217;artista le ha scritte.<br />
Attraverso questi scritti entra in un territorio che funge da spazio relazionale, unendo in una sola temporalità diverse.<br />
In questa dimensione Paula Doepfner crea legami di reciprocità tra realtà sociali e politiche, filosofia, poesia e sistemi naturali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il termine &#8220;scrittura non creativa&#8221;, termine radicato nella poesia visiva e utilizzato per descrivere il lavoro di Kenneth Goldsmith (&#8220;Scrittura non creativa&#8221;, Edizioni Nero, 2019), fa ben poco per riconoscere l&#8217;immenso sforzo che va in questa tipologia di scrittura, che offusca i contorni della paternità attraverso l&#8217;appropriazione, e che fa un uso significativo del mezzo per evitare il mero consumo del testo, realizzando esperienze impensabili.<br />
In &#8220;Getting Inside Kerouac&#8217;s Head&#8221; (2010) Simon Morris ha copiato, giorno dopo giorno, il libro di Jack Kerouac &#8220;On the Road&#8221;, mentre Goldsmith ha trascritto il New York Times del 1 settembre 2000.<br />
In realtà, queste tecniche di poesia concettuale e il lavoro di Paula Doepfner stanno ampliando il campo della scrittura e creando nuove forme di espressione per una maggiore consapevolezza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Paula Doepfner: Half my soul belongs to you</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/work-in-process-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2021 09:09:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare la mostra personale “Half my soul belongs to you” di Paula Doepfner dal 6 Ottobre al 20 Novembre 2021. &#160; L’opera multimediale di Paula Doepfner comprende lavori testuali su carta, oggetti in vetro rinforzato, installazioni in vetro, ghiaccio e materiale organico, con l’aggiunta di performance sonore. I suoi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare la mostra personale “Half my soul belongs to you” di Paula Doepfner dal 6 Ottobre al 20 Novembre 2021.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’opera multimediale di Paula Doepfner comprende lavori testuali su carta, oggetti in vetro rinforzato, installazioni in vetro, ghiaccio e materiale organico, con l’aggiunta di performance sonore. I suoi disegni, delineati attraverso testi in miniatura scritti a mano su una carta giapponese sottile, si basano su disegni fatti durante l’osservazione di interventi chirurgici al cervello e autopsie, eseguiti presso l’ospedale universitario Charité Berlin. I testi sono tratti dalla documentazione medica in tema di diritti umani e dalla ricerca neuroscientifica e portano le tracce di fonti filosofiche e lirico-poetiche. Il lavoro di Doepfner riunisce varie prospettive sugli stati mentali, incorpora il trascorrere del tempo, pone in essere delle strutture interne organiche ed essenziali. Il suo lavoro si muove verso ciò che costituisce l’esperienza umana, una combinazione complessa di scienza, filosofia, letteratura e arte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Galleria Mario Iannelli presenta un nuovo disegno e nuove opere in vetro e ghiaccio di Paula Doepfner. L’opera in ghiaccio intitolata “I got a letter this morning” si scioglierà durante la mostra, essa contiene le trascrizioni dell’artista di poesie di Giuseppe Ungaretti e Sylvia Plath.<br />
Il disegno dal titolo “The blues came along and drove my spirit away” (2021) si compone di una scrittura a mano con caratteri tra i più piccoli. Le parti di testo nel disegno provengono rapporti medici delle UN, riguardanti la documentazione e le indagini sulla tortura, e dal romanzo di Robert Musil “Der Mann ohne Eigenschaften” (“L’uomo senza qualità”).<br />
Nel lavoro in vetro intitolato “I get the blues for you baby when I look up at the sun” (2021) Doepfner ha trasferito in grandi lastre di vetro i disegni delle parti del cervello. Queste lastre sono dei pannelli in vetro, rinforzati, rimossi dalle facciate dei palazzi, dopo essere stati frantumati durante alcune manifestazioni anticapitaliste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei suoi lavori &#8211; che comprendono disegni testuali, performance sonore e opere in vetro e ghiaccio &#8211; Paula Doepfner mescola gli opposti e integra temporalità lontane, il tutto come strumento per visualizzare le tensioni presenti nell’esperienza umana.</p>
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		<item>
		<title>Gathering the Unpredictable: Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Simon Mullan, David Prytz, Antoine Renard</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/gathering-the-unpredictable/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2020 10:43:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Simon Mullan, David Prytz, Antoine Renard &#160; &#160; Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Gathering the Unpredictable”, una mostra che contempla idealmente il lavoro di tutti gli artisti che hanno partecipato e cooperato in maniera determinante nella Galleria Mario Iannelli allo sviluppo di un discorso comune fondato su [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Paula Doepfner, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Simon Mullan, David Prytz, Antoine Renard</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Gathering the Unpredictable”, una mostra che contempla idealmente il lavoro di tutti gli artisti che hanno partecipato e cooperato in maniera determinante nella Galleria Mario Iannelli allo sviluppo di un discorso comune fondato su alcuni elementi centrali nell’opera d&#8217;arte che questa occasione dà luogo e rilievo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra quest’ultimi, l’imprevedibilità che si riferisce al processo del pensiero impresso dal loro creatore unita alla modalità di utilizzo dei materiali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le opere non sono mai state esposte presso la galleria mentre altre sono state già presentate ma hanno mutato nel tempo la loro forma, come quelle di Felix Kiessling e di Schirin Kretschmann in cui l’azione della grafite e del grasso continua sin dal tempo della loro realizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Clock-drawing” di Felix Kiessling, un pezzo di grafite legato alla lancetta di un meccanismo di orologio viene trascinato su un cartoncino lasciando le tracce del suo perpetuo movimento producendo un disegno realizzato dal tempo; attualmente per quattro anni.</p>
<p>“Labor (II)” di Schirin Kretschmann è un lavoro in situ in cui del grasso applicato sul muro penetra in esso dando forma a colature e aloni che mutano lo stato dell’opera che nello stesso tempo interroga lo spazio con la sua presenza; è esposto infatti per la terza volta in mostre consecutive.</p>
<p>“It’s been so long” di Paula Doepfner introduce un altro elemento temporale nell’opera, oltre che nel titolo, per la caducità degli elementi di cui è composto, pigmenti, piante e fori essiccati integrati ad un vetro blindato scheggiato. </p>
<p>La cera è il materiale utilizzato da Antoine Renard per la creazione di sculture che sono in realtà degli studi e delle architetture mentali che l’artista ha realizzato durante la sua recente residenza a Roma presso Villa Medici e che appartengono alla sua ricerca sulle essenze e sulle piante.</p>
<p>“Alfonso” di Simon Mullan, realizzata con mattonelle di tipo universale, paga tributo all’intervento collaborativo di un assistente nella realizzazione dell’opera incorporando con questo il senso del collettivo nel suo interesse a produrre un lavoro che si basi sui materiali poveri del mondo industriale.</p>
<p>“A puzzle” di David Prytz consiste in insieme di undici opere su carta incorniciate di diverse dimensioni che invita alla sua percezione come un unicum da assemblare. Il segno lascia le tracce del letterale processo del disegno geometrico assimilabile ad un movimento cinetico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutti i lavori manifestano sensibilmente un rapporto con la natura e con la vita quotidiana che si rispecchia nella scelta dei materiali. L’imprevedibilità è più nella mutevolezza che nella imponderabilità, o nel processo che non ha fissi paradigmi da cui partire o arrivare, ma che di volta in volta viene prodotto secondo le circostanze da integrare, dando luogo ad un’opera dagli esiti non programmabili e simile ad una forma vivente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni cosa è parte del tutto: l’influenza di molteplici fattori esterni sull’azione della grafite e sulla forma (Kiessling), il grasso che agisce nel muro od il muro che reagisce al grasso (Kretschmann), la composizione di accidenti quali un vetro scheggiato, il pigmento che liberamente cola su di esso e l’aspetto cangiante della materia naturale (Doepfner), la cera che sciogliendosi e rompendosi sprigiona l’essenza interna (Renard), l’intima composizione che appare come ordine (Mullan) e il caos che è la vita stessa (Prytz).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo stesso che è nelle corde degli artisti non presenti in questa mostra ma la cui ricerca aderisce pienamente allo stesso concetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei quadri di Daniel Lergon che sono un sistema di segni irripetibili e gesti non totalmente riconoscibili o nella “blind painting” di Yorgos Stamkopoulos in cui il procedimento viene alla fine svelato in un complesso di elementi frammentati, nella compresenza di organicità ed intensità d’espressione nelle opere e degli ambienti di Claus Philip Lehmann, nell’ironica spregiudicatezza della comunicazione delle immagini di Tom Esam, nell’immaginario tecnologico nelle opere di Philip Topolovac e nel funzionamento del dispositivo esplorato nelle fotografie di Joe Clark, nelle tracce trovate e riassemblate nelle narrative di Cyrill Lachauer, nelle materie liquide nel lavoro di Sarah Ancelle Schoenfeld e nella pittura di Tyra Tingleff pari ad un esperienza libera da pregiudizi. </p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo insieme di collegamenti si estende anche alle ricerche di tutti gli artisti che hanno esposto il loro lavoro nella galleria, anche se per una sola volta in collettivo: Jan Bünnig, Julian Charrière, Dario D’Aronco, Stanislao Di Giugno, Alvaro Urbano, Anna Virnich e Julius Von Bismarck.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>resonance: Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, David Prytz, Sarah Ancelle Schoenfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/resonance/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 05:37:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare un progetto speciale dal titolo “resonance” in cui sarà possibile ripercorrere un&#8217;eco dei suoi cinque anni che riverbera nell’allestimento senza soluzione di continuità tra le nuove opere di Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare un progetto speciale dal titolo “resonance” in cui sarà possibile ripercorrere un&#8217;eco dei suoi cinque anni che riverbera nell’allestimento senza soluzione di continuità tra le nuove opere di Joe Clark, Dario D&#8217;Aronco, Paula Doepfner, Tom Esam, Felix Kiessling, Schirin Kretschmann, Cyrill Lachauer, Claus Philip Lehmann, Daniel Lergon, David Prytz, Sarah Ancelle Schoenfeld, Yorgos Stamkopoulos, Philip Topolovac.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Fire in the mind: Dario D’Aronco, Paula Doepfner, Felix Kiessling, David Prytz and Sarah Ancelle Schönfeld</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/fire-in-the-mind/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 05:13:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come può l’universo essere scaturito dal nulla? Esistono davvero leggi che governano l’universo? O l’ordine che osserviamo è una proiezione del nostro sistema nervoso? E se ci fossimo persi qualcosa? E se osservando con più attenzione e collegando i punti in modo diverso ottenessimo un ordine più elegante? E la scienza fosse un processo storico [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come può l’universo essere scaturito dal nulla? Esistono davvero leggi che governano l’universo? O l’ordine che osserviamo è una proiezione del nostro sistema nervoso? E se ci fossimo persi qualcosa? E se osservando con più attenzione e collegando i punti in modo diverso ottenessimo un ordine più elegante? E la scienza fosse un processo storico come un altro, un labirinto di possibilità divergenti? E se in cima ai rami tralasciati ci fossero modi altrettanto validi, o addirittura migliori, di spiegare il mondo? Perché mai l’universo dovrebbe essere costituito soltanto da componenti che i nostri occhi, magari aiutati dagli strumenti, sono in grado di vedere? Ma allora per quale ragione l’universo dovrebbe esserci comprensibile anche solo in minima parte? Perché l’universo sembra funzionare secondo leggi matematiche? Cos&#8217;è la coscienza? Com’è possibile conservare strutture ordinate in un universo inesorabilmente incline al disordine? Qual’è la mappa e qual’è il territorio? Perché contro ogni previsione siamo qui all’apparenza dotati dell’attrezzatura neurologica e matematica necessaria a trovare &#8211; o almeno a darci l’illusione di trovare &#8211; il senso di tutto questo? Come trovare nel mondo materiale qualcosa di così etereo come una struttura? C’è un modo per discernere le strutture che noi imponiamo alla realtà da quelle che la realtà imprime nelle nostre menti?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>George Johnson </em><br />
<em>“Fire in the mind. Science, Faith and the Search for Order” (1996)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare “Fire in the mind”, una mostra collettiva che presenta nuovi lavori di Dario D’Aronco, Paula Doepfner, Felix Kiessling, David Prytz e Sarah Ancelle Schönfeld.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel libro “Fire in the mind. Science, Faith and the Search for Order” (tradotto in italiano con il titolo “Simmetrie. Scienza, fede e ricerca dell’ordine”) George Johnson solleva una serie di domande sull’impalcatura della conoscenza scientifica per ripercorrere lo sviluppo progressivo di quelle ricerche che da sempre hanno tentato di dare risposte sull’origine della vita, la natura della mente umana e la sua funzione nell’universo.<br />
Estrarre significati dalla realtà, astraendola in forme proprie e collettive è la fondamentale attività umana che come un fuoco primordiale illumina nuovi territori per cercare altre menti e brucia ponendosi dubbi per arrivare a maggiori connessioni e sintesi.<br />
Gli artisti invitati riflettono su questo tema attraverso opere che rappresentano compressioni di complessità e misurazioni di simmetrie nascoste.</p>
<p><span id="more-1233"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle sue indagini sulle migrazioni ancestrali e sulla genetica Dario D’Aronco ripercorre un cammino fatto di simboli che l’uomo ha negoziato ogni volta nel tempo.</p>
<p>“Gatherer” (raccoglitore), titolo delle due opere in mostra, definisce la funzione del raccogliere e consiste in una duplicazione simmetrica di una parte del viso dell’artista su cui sono contenuti quasi casualmente oggetti di vario tipo come un corno o una barretta di cioccolato. Questi lavori, che proseguono la serie degli primi esposti nella sua mostra personale in galleria dal titolo “Internal Models”, si riferiscono a modelli interni al nostro corpo che si possono visualizzare con mezzi tecnologici, la risonanza magnetica e poi la stampa 3D.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei lavori di Paula Doepfner possiamo vedere qualcosa di simile alla figura della neuroscienzata immaginata da Frank Jackson che conosce gli aspetti fisici della percezione del colore ma non ne ha fatto esperienza. Questo tipo di corrispondenze può avvenire grazie all’osservazione quasi scientifica delle strutture della natura a cui Paula Doepfner è interessata. I suoi disegni che partono da bozze dal vivo di cervelli riprendono questi modelli che sono spesso uniti a elementi presi dalla natura su cui interviene con pigmenti. In essi ingloba anche parti di testi lirici, musicali e letterari da Ungaretti e Anne Carson a Bob Dylan a Robert Musil, ma anche trattati scientifici in particolare di neuroscienza.</p>
<p>Le due opere in mostra (<em>“</em>Carrie Lee, Carrie Lee, I wonder where in the world you can be”, II, III<em>, </em>2018) sono disegni realizzati con testi di David Foster Wallace e Anne Carson riportati in caratteri molto piccoli in cui sembra di vedere delle fitte trame di sinapsi o di mappe neuronali.</p>
<p>Come in quest&#8217;ultime si è osservata la capacità plastica del cervello di modificare se stesso, di fronte alle opere di Paula Doepfner siamo di fronte alla capacità dell’uomo di modificare la propria coscienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Felix Kiessling si confronta con l’influenza dell’uomo su una massima scala di dimensione planetaria. Con i suoi esperimenti spaziali dimostra come il corpo, la mente e la materia siano intimamente legati producendo effetti in un tempo infinito e ciclico ed in questo ci fa vedere anche la rara bellezza di un’equazione matematica che cerca una nuova simmetria.</p>
<p>Nelle sue opere Kiessling si avvale infatti anche della collaborazione di calcoli effettuati da scienziati.</p>
<p>“How the Earth shakes when I jump”, “Your map is not correct anymore” e “Endpunkt Europa”, in cui preleva punti estremi del globo fino a granelli che sottopone a scansione, indagano il concetto di limite sia nel senso di misurazione che di scoperta di una dimensione che appartiene all’uomo legato indissolubilmente al suo ambiente e all’universo.</p>
<p>Nel suo secondo progetto in Italia Felix Kiessling realizzerà uno dei suoi più recenti lavori, il “Piercing della Terra” (fra gli altri ha realizzato alcune “Tangenti della Terra”) che sarà connesso per un periodo temporaneo tra due punti tra l’Italia e il Cile. L’esecuzione del primo è prevista nell’Oasi Naturale Palude di Torre Flavia, situata tra Cerveteri e Ladispoli, nella settimana precedente l’inaugurazione della mostra.</p>
<p>Nel lavoro fotografico che presenta la prima parte del progetto, i due poli sono virtualmente già uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>David Prytz costruisce spazi come universi dove la teoria è confrontata nella pratica.</p>
<p>Nella sua prima mostra nella galleria ha realizzato “Tabula rasa, again”, un’installazione cinetica ambientale fatta di materiali grezzi in cui un intero cosmo o un sistema nervoso sembrava svilupparsi.</p>
<p>In altri lavori presentati in galleria Prytz ha indagato il concetto di superficie come collegamento di punti spazio-temporali. Nei suoi disegni geometrici intitolati “Literal Geometry” forme elementari sono ripetute all’infinito creando strutture euclidee e frattali allo stesso tempo, lasciando visibile il risultato della spendita di energia.</p>
<p>Nella sua seconda mostra personale in galleria con il titolo “Exocenter” ha sintetizzato il risultato dell’immaginazione all’infinito di qualcosa di sempre più grande in “un centro fuori di sé”.</p>
<p>La nuova opera in mostra, che appartiene al suo lavoro con la cinetica e la fotografia e fa parte di una serie di lavori in cui costruisce camere oscure, consiste in una sorta di pinhole camera a forma geometrica che proietta fuori ciò che è all’interno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il materiale dell’opera di Sarah Ancelle Schönfeld in mostra sono ciglia di artisti concettuali che l’artista ha utilizzato per richiamare la pratica di esprimere un desiderio. “Score of wishes” è il titolo dell’opera.</p>
<p>Nella storia dell’evoluzione descritta in “Microcosmos&#8221; da Margulis, le ciglia erano degli batteri chiamati spirochete che si sarebbero uniti ad altri procarioti fornendo locomozione, mentre esprimere desideri attraverso le ciglia equivarrebbe ad uno stato mentale ed un mezzo per propiziare “il non ancora manifesto” come in molte danze e riti tradizionali.</p>
<p>Si potrebbe concludere citando ancora George Johnson a proposito del lavoro di Sarah Schönfeld con un ultima domanda: “e cosa capirebbero alieni abbastanza simili alla specie umana da riconoscere il codice e riconoscere i messaggi come messaggi e l’arte come arte, troverebbero verità capaci di stupirli, tracce di menti affini, oggetti che vale la pena studiare?”.</p>
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		<title>Paula Doepfner: Next Time I See You</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/paula-doepfner/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Iannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 16:10:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Galleria Mario Iannelli è lieta di annunciare la mostra personale di Paula Doepfner dal titolo Next Time I See You, in cui sono presentate nuove e recenti opere. &#160; &#160; Paula Doepfner ha sviluppato un linguaggio organico tra vari materiali e media differenti &#8211; dal disegno, all’installazione, alla performance &#8211; che dà vita ad [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
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<p>Galleria Mario Iannelli è lieta di annunciare la mostra personale di Paula Doepfner dal titolo <em>Next Time I See You,</em> in cui sono presentate nuove e recenti opere.</p>
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<p>Paula Doepfner ha sviluppato un linguaggio organico tra vari materiali e media differenti &#8211; dal disegno, all’installazione, alla performance &#8211; che dà vita ad uno spazio di interconnessione tra natura, arte e scienza.</p>
<p>Nei suoi lavori, testi di poesia, musica, filosofia e neuroscienza, sono uniti come fossero flussi di pensieri e reti neurali; altre volte sono contenuti insieme a piante, anch’esse inserite in blocchi di ghiaccio che si sciolgono nel corso della mostra. Il disegno è una sorta di dispositivo progettuale che nasce dall’osservazione della natura e diviene scrittura. Attraverso questa pratica, in cui l’esperienza razionale e irrazionale dialogano tra loro, le sue opere sono immagini poetiche e rappresentative di come la nostra coscienza funziona.</p>
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<p>Ma come funziona la nostra coscienza?</p>
<p>E’ una domanda a cui cercano di rispondere sia neuroscienziati che poeti, sia biologi che filosofi, sia chi solo osservi l’intelligenza della natura.</p>
<p>Studi sulle piante hanno verificato la loro straordinaria capacità ricettiva verso le emozioni umane; inoltre hanno anche dimostrato che queste usino i propri sensi con un fine interconnettivo. Ne sono un esempio i pini di Roma che uniscono tra loro i rami per proteggersi contro il vento e così facendo contribuiscono in maniera essenziale alla nostra vita e a quella di altre specie animali.</p>
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<p>Nella ricerca neuroscientifica sulla coscienza, le correlazioni neurali hanno un ruolo centrale esattamente come per Bob Dylan lo hanno alcune immagini come ad esempio <em>the yellow railroad in the ruins of your balcony</em> nel testo di <em>Absolutely Sweet Marie</em>.</p>
<p>E’ proprio da questa canzone che Paula Doepfner ne recupera un verso <em>But where are you tonight sweet Mary </em>per il titolo di una sua opera in mostra. Non solo omaggia la grandiosa lirica del cantautore statunitense, ma anche l’esperimento del filosofo australiano Frank Jackson che immagina Mary, una neuroscienziata che studia i colori, isolata in una vita fatta di un’unica visione in bianco e nero, che entra improvvisamente a contatto con un oggetto rosso.</p>
<p>In una sua performance &#8211; realizzata in collaborazione con un contrabbassista &#8211; Paula Doepfner si cala in un altro esperimento altrettanto sinestetico, dipingendo bendata con le mani sui muri di una stanza chiusa e producendo suoni minimi e ridotti, muovendo foglie e rami.</p>
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<p>Tutte le sue opere riflettono questo processo di presa di coscienza del sé e quindi sono sottoposte a continui processi di metamorfosi, organica o simbolica.</p>
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<p>All’entrata della galleria, <em>M</em><em>’</em><em>avresti consolato</em>, un blocco di ghiaccio che si scioglie pian piano liberando al suo interno piante e testi scritti a mano dall’artista, che giace a terra su una lastra di metallo corrosa lentamente. Sempre nella prima sala, <em>Giorno per giorno</em>, un wall painting dai tratti accennati e delicati realizzato con pigmenti neri. Anch’esso effimero come la memoria transitoria dell’installazione stessa.</p>
<p>Nella seconda sala, <em>Graveyard dream blues</em>, un’installazione <em>work-in-progress</em> di opere su carta, disegni, sketches e pagine prese da libri.</p>
<p>Il dittico di vetro <em>I</em><em>’</em><em>ve been shooting in the dark too long when something is not right it</em><em>’</em><em>s wrong </em>separa la seconda dalla terza sala. I pigmenti interni alle lastre, riportano alla memoria la gravità perduta dei fiori secchi, pressati e sospesi in delicate formazioni, contrastate dalle crepe presenti su un vetro blindato che ne risalta lo splendore dei colori intensi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chiude la mostra <em>But where are you tonight sweet Mary</em>, che necessita di una visione più attenta e dettagliata. Si tratta di un’opera su carta in cui testi scritti in caratteri piccolissimi sono vicini al dissolversi nello spazio e nella capacità percettiva, formando complessi grafici, simili a rappresentazioni del sistema nervoso o a informali partiture di musica. Un lavoro meticoloso paragonabile ad un’altro <em>ongoing work</em>, <em>I Pini di Roma</em>, in cui Paula Doepfner è arrivata a contarne 8.300 al momento.</p>
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<p>Con il titolo della mostra <em>Next Time I See You</em>, tra le forme di saluto più comuni, Paula Doepfner cerca una complice empatia con lo spettatore perché esso stesso nasconde in sé il messaggio di presa di coscienza – in questo caso verso l’altro &#8211; liberando così uno spettro di emozioni e tensioni.</p>
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		<title>You Are What You Are: Julius von Bismarck, Jan Bünnig, Julian Charrière, Paula Doepfner, Mariana Hahn, Peter Miller, Tyra Tingleff, Alvaro Urbano, Anna Virnich</title>
		<link>https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/you-are-what-you-are/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[DUDE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2018 17:57:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Nils Petersen e Anna Redeker &#160; &#160; Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare “You Are What You Are”, una mostra collettiva di nove giovani artisti emergenti, le cui opere affrontano il tema della natura come materiale della nostra esistenza, servendosi di molteplici approcci artistici ed esaminando le complesse interazioni reciproche tra [&#8230;]</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.marioiannelli.it/it/exhibitions/you-are-what-you-are/">You Are What You Are: Julius von Bismarck, Jan Bünnig, Julian Charrière, Paula Doepfner, Mariana Hahn, Peter Miller, Tyra Tingleff, Alvaro Urbano, Anna Virnich</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.marioiannelli.it/it/">GALLERIA MARIO IANNELLI</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Nils Petersen e Anna Redeker</p>
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<p>Galleria Mario Iannelli è lieta di presentare “You Are What You Are”, una mostra collettiva di nove giovani artisti emergenti, le cui opere affrontano il tema della natura come materiale della nostra esistenza, servendosi di molteplici approcci artistici ed esaminando le complesse interazioni reciproche tra natura e uomini.</p>
<p><span id="more-1262"></span></p>
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<p>In questo contesto, ad esempio, il tema delle trasformazioni ambientali irreversibili causate dall’azione dall’uomo svolge un ruolo altrettanto importante quanto la rappresentazione della storia, delle origini e delle esperienze soggettive, esposta attraverso materiali naturali. Nella mostra, vengono resi visibili processi naturali, quali crescita, sovrapposizione e stratificazione così come tracce di luce; facendoci riflettere sul nostro passato, sulla nostra civilizzazione e sul nostro futuro, chiedendosi come il mondo di domani comprenderà quello di oggi. Sarà possibile in un lontano futuro capire il nostro stato attuale sulla base degli oggetti che si saranno conservati nel tempo, così come noi cerchiamo di fare con la preistoria dell’umanità sulla base dei reperti archeologici e geologici? Cos’è ciò che ci rende quello che siamo e in cosa differiamo dalla natura? Alla fine resta l’interrogativo di che cosa sarà di noi – e della natura.</p>
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<p>Julius von Bismarck</p>
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<p>L’opera di Julius von Bismarck ruota attorno al tema centrale della percezione di natura e ambiente da parte dell’uomo. Con interventi, che inizialmente passano spesso inosservati, l’artista affronta la contrapposizione tra cultura e natura in relazione al notevole impatto che l’agire umano ha sull’ambiente che ci circonda e su come ciò influenza la percezione della natura in generale. La video-installazione “Forest Apparatus“ mostra l’artista che, con l’aiuto di diversi assistenti, trasporta pezzi di una scultura in un bosco, dove li monta e, servendosi anche di una betoniera, posiziona la statua finita. La scultura è composta di alluminio, schiuma per montaggio e pitture e si rivela alla fine una riproduzione fedele di una betulla. Dopo essere stata posizionata all’interno del bosco di betulle è praticamente indistinguibile da una betulla vera. Però, sapendo che si tratta di una betulla artificiale, è la nostra percezione complessiva del bosco a cambiare radicalmente: una volta che iniziamo a cercare la scultura di una betulla, tutti gli alberi iniziano ad apparirci ambigui e ci spingono a verificare con scetticismo se siano falsi o veri.</p>
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<p>Jan Bünnig</p>
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<p>Le opere dello scultore Jan Bünnig contemplano in maniera arguta e ironica sia il processo di creazione artistica che le proprietà tradizionalmente attribuite ai vari materiali che in questo processo vengono utilizzati e quelle poi che effettivamente li caratterizzano. Spesso le sue sculture sono legate a un luogo specifico e il loro stato materiale si modifica nel corso della mostra, evocando associazioni d’idee con i concetti di crescita, di provvisorietà e di incontrollabilità. L’artista utilizza perlopiù materiali originali, quali legno, argilla, pietra e sabbia, creando forme che si contrappongono alle loro caratteristiche intrinseche. Le opere esposte mettono in scena un passato che si rivela una mera affermazione dell’artista: i cosiddetti oggetti preistorici, con titoli come “Toilette Brush”, “Early Broom” e “Szepter“ hanno l’aspetto di reperti archeologici di oggetti di uso quotidiano nell’età della pietra che però si rivelano inutili per la loro possibile funzione e commentano in maniera ironica le conquiste dell’età moderna.</p>
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<p>Julian Charrière</p>
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<p>Imitando, ripetendo e rappresentando in maniera esagerata le influenze umane sull’ambiente sotto forma di sculture, interventi e opere video, l’artista Julian Charrière con le sue opere pratica una sorta di “Archeologia del Presente”. Ispirato alle collezioni dei musei di storia naturale, egli mette in scena la sua opera „Metamorphism“come una mostra scientifica, ma gli oggetti esposti si rivelano non reperti geologici quanto oggetti provenienti dal futuro: dentro una vetrina posta su un piedistallo si trova una massa che ricorda un campione geologico. Guardandola più attentamente, si capisce che si tratta di un blocco costituito da magma e da svariati materiali tecnici fusi insieme e poi lavorati; seppure in maniera frammentaria, è possibile riconoscere dettagli di smartphone, dischi fissi, PC portatili e tablet. Con questo lavoro Charrière rimanda alla capacità della natura di rendere visibile il passato storico mediante strati geologici e contrappone questa forma preistorica di archivio alle nostre forme di archiviazione contemporanee. Adattando l’aspetto dei supporti dati elettronici agli strati di roccia geologici, egli sviluppa “l’immagine artificiale di un passato di dopodomani, nel quale le tracce della nostra civilizzazione sono incorporate in formazioni rocciose”.</p>
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<p>Paula Doepfner</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per le sue opere, Paula Doepfner si serve di materiali tra di loro opposti, quali vetro blindato e fiori pressati, ghiaccio che si scioglie e testi scritti a mano su carta. Partendo dal mezzo del disegno, l’artista affronta i temi della validità generale e dell’esistenza effimera delle emozioni soggettive e della loro influenza sulla nostra consapevolezza e sul nostro ambiente. Dopo averli riportati in caratteri piccolissimi, Doepfner incorpora testi di neuroscienze, filosofia e poesia nelle sue opere, formando, assieme alle piante compresse, fragili forme che ricordano anch’esse sistemi nervosi e flussi di pensiero. L’opera effimera “Stasera” è costituita da un blocco di ghiaccio nel quale sono contenuti petali e testi scritti su fogli. Nel corso della mostra, il ghiaccio si scioglie liberando i materiali al suo interno. Allo stesso modo in cui è impossibile trasmettere o ripetere un’esperienza soggettiva, la scultura non è più ricostruibile. L’opera “But I wish there was something you would do or say to try and make me change my mind and stay” mostra una forma organica costituita da petali, terra e pigmenti che rimanda similmente alla fragilità e alla fugacità degli attimi e dei pensieri.</p>
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<p>Mariana Hahn</p>
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<p>Mariana Hahn esamina la questione di un destino universale, che -esperienze individuali a parte &#8211; è inscritta nel nostro corpo e nel nostro ambiente. Utilizzando media diversi come la performance, il disegno, il video e la fotografia, suscita domande sul nostro passato, sulle storie e ricordi che ci hanno fatto ciò che siamo. Con le opere esposte in mostra si riferisce al corpo e al mare come un archivio. L’abito di seta ricorda nella sua struttura pelli animali e pance di pesce e, quindi, si riferisce alla natura come il materiale della nostra esistenza. Allo stesso tempo, è un simboloper l’uomo, modellato dall’evoluzione e che incorpora storia e sviluppo.Insieme con il cuore di pesce secco che si riferisce al mare come un archivio e la litografia di una dea antica, l’abito diventa un corpo universale,che archivia conoscenza nello stesso modo del mare e tira fuori nuova vita.</p>
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<p>Peter Miller</p>
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<p>Spinto dall’idea di rendere visibile l’invisibile, Peter Miller si è specializzato nella sperimentazione dei processi di esposizione delle pellicole fotografiche. Parten- do dalla fotografia come mezzo espressivo, egli si dedica alla visualizzazione delle tracce lasciate –<br />
anche se solo per una frazione di secondo – da oggetti ed esseri viventi. Staccandosi dal processo classico della fotografia, egli ne allarga la potenzialità come mezzo espressivo, la mette in discussione e crea uno spettro d’interpretazione riguardo a che cosa la fotografia sia realmente e che cosa possa essere. Il punto centrale è costituito dalla performatività dell’immagine secondo la sua natura di processo e l’atto (magico) del suo realizzarsi. Le opere esposte portano il titolo “Photuris” e mostrano le scie luminose di lucciole, che l’artista ha catturato in scatole fotografiche buie appositamente costruite e rivestite all’interno di pellicola fotosensibile, un fenomeno che l’artista stesso definisce “processo magico”: movimenti naturali, organici che diventano visibili in forme tecniche e astratte.</p>
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<p>Tyra Tingleff</p>
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<p>Le pitture a olio astratte di Tyra Tingleff sono formate dalla sovrapposizione di numerosi strati uno sull’altro e con le loro complesse sovrapposizioni ricordano materiali organici viventi, sedimentazioni di materiali lapidei e superfici di acque. Partendo da storie nascoste, l’artista ricopre continuamente i propri dipinti con nuovi strati di pittura fino a formare una superficie misteriosa, che nasconde più di quanto non mostri. Benché queste storie costituiscano il punto di partenza delle sue opere, lo scopo di Tyra Tingleff non è di offrire all’osservatore una narrazione coerente: i suoi dipinti iniziano invece proprio laddove il linguaggio umano vien meno alla sua funzione espressiva e la percezione si riduce a ciò che è visibile: “Quando dipingo un quadro, non cerco di dipingere ciò che già so, cerco invece di raggiungere ciò che ancora non conosco.“</p>
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<p>Alvaro Urbano</p>
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<p>La relazione tra natura e finzione è il tema principale del lavoro artistico di Alvaro Urbano. Negli ultimi due anni, egli ha rivolto il proprio interesse in particolare verso gli antichi giardini di Roma e Firenze. In essi egli rappresenta nuovi resti del passato, la cui provenienza agli occhi dei visitatori rimane avvolta nel mistero. Egli ridà vita ad antiche sculture, circondandole delle tracce delle loro apparenti attività notturne, suscitando nell’osservatore una sensazione inquietante e trasportando la realtà in una sfera basata solamente sulla forza dell’immaginazione. La mostra espone foglie i cui contorni evocano associazioni con facce distorte da smorfie, con le quali l’artista rappresenta ancora una volta la sinistra connotazione di una natura che funziona secondo meccanismi propri, che per gli uomini non sono mai comprensibili del tutto.</p>
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<p>Anna Virnich</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fulcro dell’opera di Anna Virnich è rappresentato dal suo lavoro con materiali legati al corpo umano e la cui esistenza dipende da un ambiente caratterizzato dalla materialità. Su tavole di grandi dimensioni, l’artista unisce stoffe con nuovi materiali, il cui effetto sensibile spesso si contrappone ad esse. Utilizzando pelli di serpente, cuoio, seta e viscosa, materiali che sono immagine e supporto al tempo stesso, l’artista crea composizioni organiche, quasi pittoriche, oscillanti fra trasparenza e intensità. La forza estetica sprigionata da queste opere si manifesta dalle stoffe tese sui telai in legno e si trova in contrapposizione con l’impressione di fragilità, leggerezza e caducità dovuta alle delicate stoffe utilizzate. Questa opposizione è presente anche nella struttura dei materiali utilizzati nell’opera esposta, intitolata “Shivering Spine”, in cui cuoio e tulle si uniscono in forme astratte aperte alle associazioni d’idee dell’osservatore.</p>
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